Archivio per la categoria ‘Web Semantico’

Open Culture: la conversazione è cominciata

17 maggio 2008

E’ difficile farvi un resoconto sequenziale e razionale dell’evento cui ho partecipato oggi: Sci(Bzaar)Net. Ho bisogno di fermare qualche idea in un post ma posso farlo solo seguendo il filo delle sedimentazioni cognitive random che le suggestioni hanno provocato nel mio (retro)pensiero. Ho anticipato qualche giorno fa che Sci(Bzaar)Net è un evento a metà tra tante cose come il barcamp, il Webday e la riunione di lavoro di un gruppo molto affiatato.

Ho ascoltato delle persone intelligenti, preparate, disponibili al confronto e ansiose di interagire. Creativi, ricercatori universitari, giornalisti, imprenditori, appassionati. Quasi tutti blogger – gente che studia, si incuriosisce, si mette in gioco, accetta le sfide, produce pensiero laterale, cross-disciplinare, creativo. Pensiero che, condiviso, agisce da catalizzatore, fertilizzante e trigger. E quasi tutti, all’inizio, ci dicevamo: sono un pesce fuor d’acqua. E a forza di dirlo abbiamo capito che finalmente, così tanti pesci fuor d’acqua tutti insieme, eravamo nell’acqua! Nella nostra acqua. In quell’acqua dove contano le idee e non le specializzazioni, le gabbie professionali o i corsi di studi. Dove si pensa, si scrive, si lavora senza badare ai confini, anzi, cercando il punto di infrazione, le interzone, con un’attitudine liminale che si è rivelata essere la cifra non solo professionale ma esistenziale di molti di noi.

E infatti mi è difficile produrre frasi dotate di senso perché sono imbevuta di idee e ho bisogno di tempo per sbrogliare la matassa e leggere tutto ciò che devo leggere e approfondire e riflettere (e surfare, certo). Subito dopo gli interventi ci sono state le domande, e alla fine un’ora di brainstorming. Rielaborazione, dialettica, dibattito. Ci sono stati critiche, dubbi, provocazioni. E zero evangelizzazioni. In spregio della logica oppositiva, delle semplificazioni e di quella superficialità che vede nel Web 2.0 e nell’innovazione tecnologica mode prive di spessore.

Potete leggere gli abstract degli interventi sul sito di Sci(Bzaar)Net e credo molti depositeranno le slide su SlideShare (anche le mie, a brevissimo, con foto su Flickr). Intanto la motivazione che ha dato luogo alla scelta di questo format, invece che del barcamp: ormai in questi ultimi prevale piuttosto la voglia di stare insieme, di socializzare, invece che quella di condividere contenuti (Gian). E adesso qualche flash dalle presentazioni.

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Impatto della Rete sulla produzione scientifica e sul mondo accademico. No ai confini disciplinari. Differenza (divaricazione? opposizione? convergenza?) tra disseminazione e divulgazione (ma divulgazione è un termine superato, frusto, meglio condivisione dei saperi). La divulgazione non è semplificazione ma unione di due eccellenze: la specializzazione e la capacità di parlarne in maniera chiara e coinvolgente. Volgarizzazione (nell’accezione etimologica di vulgus, popolo) ed esemplificazione per portare la scienza ai profani, per assorbire il loro punto di vista, per farsene contaminare (vedi blogger tematici). Cambiare la percezione della tecnologia, imparare a narrarla. E prestare attenzione ai mezzi con cui comunichiamo: i media possono cambiare la comunicazione, creare muri tra i parlanti. Ma contaminare anche i ricercatori di differenti discipline, oltre che i contenuti delle stesse. Far emergere le anomalie, la crisi. Far sedere l’Accademia al tavolo dei tecnologi.

L’Open Culture parte dalla tecnologia, dall’open source, e dilaga in tutti i settori della società, per esempio nell’Open Welfare: partendo dall’informatica si arriva all’innovazione sociale. Modalità di sviluppo diverse tra Windows e Linux rispecchiano modalità di programmazione culturale, sociale e politica: top-down versus bottom-up. Portare l’open source nei processi di costruzione delle comunità. Open Science, Open Society, Open Systems: l’auto-riflessione come cifra dell’affrancamento dalla schiavitù culturale e affermazione della potenzialità della tecnologia.

Problemi del ricercatore: poco tempo, spesso comunque speso più nel fare il manager che nel fare ricerca: yet another social network? perché? a cosa mi serve? a quale scopo? I social network e gli altri strumenti 2.0 devono servire, cioè essere immeditamente spendibili, oppure sono utili in sé? In altre parole: pubblicare su un blog dev’essere riconosciuto come attività scientifica nella valutazione dei curriculum oppure deve restare solo una modalità per tessere relazioni, fare rete, allargare le proprie conoscenze?

La questione della valutazione emerge in molti interventi: va certificata? Basta la certificazione accademica (Impact Factor e simili)? Oppure è necessario un ripensamento bottom-up, sociale, condiviso dei meccanismi di accreditamento dei ricercatori? E se cambiamento dev’essere, abbiamo bisogno di cristallizzarlo in altre convenzioni? Ci sono già modalità sociali di pubblicazione online accreditate: Researchblogging, OpenWetWare, UsefulChem, soft peer review, e in una parola Science 2.0.

Ha senso parlare di innovare il mondo accademico se tra noi non c’è nemmeno un professore o perfino un rettore? (Phauly dice che offre un viaggio premio di due giorni a Trento al primo che convince un rettore italiano ad aprire un blog ;-) Ma purtroppo finora non abbiamo avuto un Rentier tra noi!)

E, ferma restando l’urgenza di passare a modalità di pubblicazione aperte (Open Access), l’università non dovrebbe acquisire una mentalità più pragmatica e perseguire il profitto economico, proprio per potersi svincolare dai lacci dello statalismo assistenziale che eroga fondi ma in maniera discontinua e non sempre trasparente? Qual è il bisogno di fondo della comunità scientifica oggi? E qual è la visione per conseguire l’innovazione: modello bottom-up o top-down?

Certamente l’Accademia ha bisogno di cambiare, stare al passo con le tecnologie: un esempio dell’arretratezza è dato dal fatto che oggi non ci si può laureare se non producendo una tesi scritta - ciò che elimina o banalizza tutte quelle produzioni multimediali che vanno dagli ipertesti alle realtà virtuali, che non trovano riconoscimento.

Cambiamento culturale virale, progettualità innovativa. Seguire l’esempio della Chiesa Cattolica, che duemila anni fa ha invetato il word of mouth e il vero buzz, quello che aveva come target (da convertire, in quel caso) personaggi importanti, perché i personaggi importanti sono i più seguiti e imitati dalla gente. Partire nel mondo dei libri con il book-trailer, forma di pubblicità culturale pervasiva. Hacking positivo della conoscenza e dei processi produttivi: lavorare collaborativamente, collavorare. Nuovo paradigma che scalza lo scienziato solitario chiuso nella torre d’avorio: il Leonardo emergente, processi di creazione della conoscenza sociali, che coinvolgono nodi provenienti da ambiti disciplinari anche molto diversi tra loro.

La ricchezza è nella contaminazione

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E dopo gli interventi (inframmezzati da piacevoli pause al bellissimo caffè della Scuola Politecnica di Design) il brainstorming – che sarà pubblicato a breve, grazie a Folletto e ai suoi appunti in presa diretta.

Capite perché è stato così interessante? Idee e domande: questo è stato Sci(Bzaar)Net. C’è davvero da ringraziare Gian e gli altri organizzatori e gli sponsor (il direttore editoriale di Apogeo si è manifestato come un sogno con un bel carico di libri fighissimi in regalo per i partecipanti!).

Concludo con l’immagine spettacolare del timer. Il tempo previsto per ogni intervento era di dieci minuti: non era facile starci dentro e d’altronde, quando sei nel pieno della foga oratoria, anche i peggiori gestacci degli organizzatori spesso non servono a farti stringere e arrivare alla conclusione in tempi brevi. E così Gian e soci si sono inventati il timer umano: di fronte ai relatori era proiettata l’immagine di un grazioso giovanotto con un orologio da taschino in mano. Dei pallini rossi sulla sua testa scandivano i minuti e, all’approssimarsi del decimo, il timer umano cominciava a farsi sempre più nervoso (mimica facciale, gesti), fino a che, superato il tempo, impazziva letteralmente, diventando una fonte di distrazione tale che al povero relatore non restava che chiudere immediatamente la presentazione pur di sottrarsi a quella tortura ;-)

ADDENDUM – 25/05/2008: Sul sito di Sci(Bzaar)Net è disponibile il video della presentazione.

P.S. mi scuso con i lettori che nelle ultime due settimane hanno postato commenti senza ricevere risposta: sono stata davvero presa, ma rimedierò al più presto! intanto grazie per la pazienza :-)

Open data, Web semantico e Science 2.0

2 maggio 2008

Studio il Web semantico (grazie a certi certi blogger fucine di idee e fornitori di account), organizzo il filo per Sci(bzaar)Net e butto giù due appunti, giusto per riordinare le idee, ma ci ritornerò. Quello che segue continua idealmente il discorso sui dati aperti e il Web semantico (strettamente intrecciati) avviato qualche post fa – in attesa di scrivere qualcosa di decente in particolare su Web semantico e biblioteche.

Qualche tempo fa Richard Poynder ha intervistato lo scienziato Peter Murray-Rust sugli Open Data, e sulle differenze, le convergenze e le sovrapposizioni tra questi e l’open access. Open Data incrocia però soprattutto Linked Data, e così Web semantico, licenze, rappresentazione delle informazioni con Rdf, dati leggibili dalle macchine più che dagli esseri umani e Science 2.0:

… an online interactive environment where a great deal of the information used is more likely to have been discovered, aggregated and distributed by software and machines than it is by humans

Interessante e tangente il progetto di Open Notebook Science dell’apertura ed esposizione dei dati scientifici (chimici in questo caso) e dei risultati (anche fallimentari) di laboratorio. La cosa significativa è che la questione si riallaccia da un lato all’apertura ai dati e dall’altro alla questione del Web semantico, che gli scienziati promotori del progetto Open Data, vedono possibile (giustamente) solo grazie alla apertura, gratuità e possibilità di riutilizzo dei dati (ciò che può essere garantito appunto non dalla sola gratuità ma da particolari condizioni poste sulla proprietà dei dati). Circolarità, loop virtuoso.

Dai dati chimici ai mashup creati sulla base di dati prodotti ai feed aggregati, la parola chiave è Mine the data.

L’Open Access implica letteratura accademica digitale, online, gratuita, e libera dalle restrizioni del copyright e delle licenze. E questo, dice Murray-Rust, è esattamente ciò che è necessario per costruire il semantic Web. [dall'intervista, pag. 1]

Altro elemento che aggiungo a quelli elencati finora è la politica opaca che spesso ha accompagnato i tentativi subdoli da parte di alcuni editori di applicare limitazioni di copyright sui dati, che dovrebbero invece essere sprotetti. Dunque Murray-Rust, già paladino dell’OA si è convertito alla difesa dell’OD con una motivazione molto chiara:

For where the Open Access movement is concerned only with ensuring that scholarly papers are human readable, the Open Data movement requires that they are also machine readable. And since Open Data implies reuse, it is vital that licences are provided that specifically permit this. [sempre dal post di Poynder-Murray Rust]

E concludo guardando alla questione open data (perfino) dal punto di vista dei peer reviewers, che, in uno studio recente affermano che nel loro processo di revisione degli articoli da pubblicare sulle riviste, avrebbero bisogno di accedere ai dati, ai risultati e alle procedure degli esperimenti, anche ai raw data.

A majority of reviewers and editors also said would be desirable to be able to review authors’ data as part of peer rereview.


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