Archive for maggio 2008

Società commerciali e biblioteche: un binomio pericoloso?

25 maggio 2008

Sic transit gloria mundi – dicevano gli antichi… Microsoft ha realizzato – dopo più di due anni dalla sua messa in produzione – di non avere un business model per i suoi Books Search e Academics Search e si appresta ad azzerare i programmi si digitalizzazione e le interfacce di ricerca da un momento all’altro. Anzi, pur essendo l’annuncio sul blog aziendale solo del 23 u.s., alcuni servizi sono stati già tagliati. Leggo incredula nelle mailing list dedicate a Sfx (software per la gestione delle riviste elettroniche) come per esempio i link nel servizio di ricerca Academics (molto utile e devo dire da me molto apprezzato) siano già stati spenti – senza neppure una mail di preavviso!

Anche se diverse e importanti biblioteche hanno negli anni passati scannerizzato il proprio patrimonio grazie al programma di Microsoft, mi viene da ripensare a ciò che un grande uomo disse in un convegno, un anno fa a Barcelona: “le biblioteche potrebbero avere milioni di dollari dalle fondazioni per creare piani di digitalizzazione in-house e invece preferiscono affidarsi all’impresa commerciale di turno”.

Forse a volte perdiamo di vista il fatto che siamo istituzioni pubbliche, che la nostra mission è far durare gli artefatti (materiali e virtuali), che il nostro profilo istituzionale ci impone di una politica di preservazione teoricamente sine die, non agganciata ai mutevoli business model delle aziende. Poi a un (altro) convegno senti che per tramandare le informazioni sulle scorie radioattive gli scienziati si servono dei papiri e capisci che forse abbiamo imboccato una strada pericolosa.

Adesso, a fare la parte del leone, rimane Google, i suoi programmi di digitalizzazione, il suo (ottimo) Books Search. E sì che Microsoft aveva aderito inizialmente all’Open Content Alliance – pur tradendo i suoi principi dopo poco e mettendosi a fare la concorrenza a Google sul fronte del divieto agli altri motori di effettuare ricerche nei suoi contenuti (quel piccolo vizietto nel quale un po’ tutti i grandi provider di informazioni e contenuti multimediali incappano…).

A darci un altro segnale, interviene in questi giorni anche OCLC – pur da me molto ammirato, in particolare per il suo WorldCat e per le sue interessanti (e molto finanziate) iniziative per far avanzare tecnologicamente le biblioteche. OCLC è un grande consorzio internazionale di biblioteche, i cui membri usufruiscono di molte e pregevolissime funzionalità ma anche di limitazioni in merito alla piena disponibilità dei propri dati (= record bibliografici).

Ecco, ora OCLC ha deciso di essere più liberale e concede alle biblioteche di utilizzare i propri dati. Per farci cosa? Beh, per darli a Google:

OCLC and Google Inc. have signed an agreement to exchange data that will facilitate the discovery of library collections through Google search services.

Under terms of the agreement, OCLC member libraries participating in the Google Book Search™ program, which makes the full text of more than one million books searchable, may share their WorldCat-derived MARC records with Google to better facilitate discovery of library collections through Google.

Google will link from Google Book Search to WorldCat.org, which will drive traffic to library OPACs and other library services. Google will share data and links to digitized books with OCLC, which will make it possible for OCLC to represent the digitized collections of OCLC member libraries in WorldCat.

Personalmente sono molto felice dell’accordo e della possibilità che finalmente i record dei libri digitalizzati rinchiusi nei database delle biblioteche possano essere scovati con ricerche in Rete e linkati da Google Books. Però mi chiedo che succederebbe se un domani anche a Mountain View realizzassero all’improvviso che non hanno un vero undelying business model per tutti questi divertissement, oppure che quello che hanno non basta più.

Le biblioteche dovrebbero cominciare a pensare che tutto ciò che si regge su accordi con società commerciali gode di un equilibrio potenzialmente molto fragile

Open Culture: la conversazione è cominciata

17 maggio 2008

E’ difficile farvi un resoconto sequenziale e razionale dell’evento cui ho partecipato oggi: Sci(Bzaar)Net. Ho bisogno di fermare qualche idea in un post ma posso farlo solo seguendo il filo delle sedimentazioni cognitive random che le suggestioni hanno provocato nel mio (retro)pensiero. Ho anticipato qualche giorno fa che Sci(Bzaar)Net è un evento a metà tra tante cose come il barcamp, il Webday e la riunione di lavoro di un gruppo molto affiatato.

Ho ascoltato delle persone intelligenti, preparate, disponibili al confronto e ansiose di interagire. Creativi, ricercatori universitari, giornalisti, imprenditori, appassionati. Quasi tutti blogger – gente che studia, si incuriosisce, si mette in gioco, accetta le sfide, produce pensiero laterale, cross-disciplinare, creativo. Pensiero che, condiviso, agisce da catalizzatore, fertilizzante e trigger. E quasi tutti, all’inizio, ci dicevamo: sono un pesce fuor d’acqua. E a forza di dirlo abbiamo capito che finalmente, così tanti pesci fuor d’acqua tutti insieme, eravamo nell’acqua! Nella nostra acqua. In quell’acqua dove contano le idee e non le specializzazioni, le gabbie professionali o i corsi di studi. Dove si pensa, si scrive, si lavora senza badare ai confini, anzi, cercando il punto di infrazione, le interzone, con un’attitudine liminale che si è rivelata essere la cifra non solo professionale ma esistenziale di molti di noi.

E infatti mi è difficile produrre frasi dotate di senso perché sono imbevuta di idee e ho bisogno di tempo per sbrogliare la matassa e leggere tutto ciò che devo leggere e approfondire e riflettere (e surfare, certo). Subito dopo gli interventi ci sono state le domande, e alla fine un’ora di brainstorming. Rielaborazione, dialettica, dibattito. Ci sono stati critiche, dubbi, provocazioni. E zero evangelizzazioni. In spregio della logica oppositiva, delle semplificazioni e di quella superficialità che vede nel Web 2.0 e nell’innovazione tecnologica mode prive di spessore.

Potete leggere gli abstract degli interventi sul sito di Sci(Bzaar)Net e credo molti depositeranno le slide su SlideShare (anche le mie, a brevissimo, con foto su Flickr). Intanto la motivazione che ha dato luogo alla scelta di questo format, invece che del barcamp: ormai in questi ultimi prevale piuttosto la voglia di stare insieme, di socializzare, invece che quella di condividere contenuti (Gian). E adesso qualche flash dalle presentazioni.

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Impatto della Rete sulla produzione scientifica e sul mondo accademico. No ai confini disciplinari. Differenza (divaricazione? opposizione? convergenza?) tra disseminazione e divulgazione (ma divulgazione è un termine superato, frusto, meglio condivisione dei saperi). La divulgazione non è semplificazione ma unione di due eccellenze: la specializzazione e la capacità di parlarne in maniera chiara e coinvolgente. Volgarizzazione (nell’accezione etimologica di vulgus, popolo) ed esemplificazione per portare la scienza ai profani, per assorbire il loro punto di vista, per farsene contaminare (vedi blogger tematici). Cambiare la percezione della tecnologia, imparare a narrarla. E prestare attenzione ai mezzi con cui comunichiamo: i media possono cambiare la comunicazione, creare muri tra i parlanti. Ma contaminare anche i ricercatori di differenti discipline, oltre che i contenuti delle stesse. Far emergere le anomalie, la crisi. Far sedere l’Accademia al tavolo dei tecnologi.

L’Open Culture parte dalla tecnologia, dall’open source, e dilaga in tutti i settori della società, per esempio nell’Open Welfare: partendo dall’informatica si arriva all’innovazione sociale. Modalità di sviluppo diverse tra Windows e Linux rispecchiano modalità di programmazione culturale, sociale e politica: top-down versus bottom-up. Portare l’open source nei processi di costruzione delle comunità. Open Science, Open Society, Open Systems: l’auto-riflessione come cifra dell’affrancamento dalla schiavitù culturale e affermazione della potenzialità della tecnologia.

Problemi del ricercatore: poco tempo, spesso comunque speso più nel fare il manager che nel fare ricerca: yet another social network? perché? a cosa mi serve? a quale scopo? I social network e gli altri strumenti 2.0 devono servire, cioè essere immeditamente spendibili, oppure sono utili in sé? In altre parole: pubblicare su un blog dev’essere riconosciuto come attività scientifica nella valutazione dei curriculum oppure deve restare solo una modalità per tessere relazioni, fare rete, allargare le proprie conoscenze?

La questione della valutazione emerge in molti interventi: va certificata? Basta la certificazione accademica (Impact Factor e simili)? Oppure è necessario un ripensamento bottom-up, sociale, condiviso dei meccanismi di accreditamento dei ricercatori? E se cambiamento dev’essere, abbiamo bisogno di cristallizzarlo in altre convenzioni? Ci sono già modalità sociali di pubblicazione online accreditate: Researchblogging, OpenWetWare, UsefulChem, soft peer review, e in una parola Science 2.0.

Ha senso parlare di innovare il mondo accademico se tra noi non c’è nemmeno un professore o perfino un rettore? (Phauly dice che offre un viaggio premio di due giorni a Trento al primo che convince un rettore italiano ad aprire un blog ;-) Ma purtroppo finora non abbiamo avuto un Rentier tra noi!)

E, ferma restando l’urgenza di passare a modalità di pubblicazione aperte (Open Access), l’università non dovrebbe acquisire una mentalità più pragmatica e perseguire il profitto economico, proprio per potersi svincolare dai lacci dello statalismo assistenziale che eroga fondi ma in maniera discontinua e non sempre trasparente? Qual è il bisogno di fondo della comunità scientifica oggi? E qual è la visione per conseguire l’innovazione: modello bottom-up o top-down?

Certamente l’Accademia ha bisogno di cambiare, stare al passo con le tecnologie: un esempio dell’arretratezza è dato dal fatto che oggi non ci si può laureare se non producendo una tesi scritta – ciò che elimina o banalizza tutte quelle produzioni multimediali che vanno dagli ipertesti alle realtà virtuali, che non trovano riconoscimento.

Cambiamento culturale virale, progettualità innovativa. Seguire l’esempio della Chiesa Cattolica, che duemila anni fa ha invetato il word of mouth e il vero buzz, quello che aveva come target (da convertire, in quel caso) personaggi importanti, perché i personaggi importanti sono i più seguiti e imitati dalla gente. Partire nel mondo dei libri con il book-trailer, forma di pubblicità culturale pervasiva. Hacking positivo della conoscenza e dei processi produttivi: lavorare collaborativamente, collavorare. Nuovo paradigma che scalza lo scienziato solitario chiuso nella torre d’avorio: il Leonardo emergente, processi di creazione della conoscenza sociali, che coinvolgono nodi provenienti da ambiti disciplinari anche molto diversi tra loro.

La ricchezza è nella contaminazione

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E dopo gli interventi (inframmezzati da piacevoli pause al bellissimo caffè della Scuola Politecnica di Design) il brainstorming – che sarà pubblicato a breve, grazie a Folletto e ai suoi appunti in presa diretta.

Capite perché è stato così interessante? Idee e domande: questo è stato Sci(Bzaar)Net. C’è davvero da ringraziare Gian e gli altri organizzatori e gli sponsor (il direttore editoriale di Apogeo si è manifestato come un sogno con un bel carico di libri fighissimi in regalo per i partecipanti!).

Concludo con l’immagine spettacolare del timer. Il tempo previsto per ogni intervento era di dieci minuti: non era facile starci dentro e d’altronde, quando sei nel pieno della foga oratoria, anche i peggiori gestacci degli organizzatori spesso non servono a farti stringere e arrivare alla conclusione in tempi brevi. E così Gian e soci si sono inventati il timer umano: di fronte ai relatori era proiettata l’immagine di un grazioso giovanotto con un orologio da taschino in mano. Dei pallini rossi sulla sua testa scandivano i minuti e, all’approssimarsi del decimo, il timer umano cominciava a farsi sempre più nervoso (mimica facciale, gesti), fino a che, superato il tempo, impazziva letteralmente, diventando una fonte di distrazione tale che al povero relatore non restava che chiudere immediatamente la presentazione pur di sottrarsi a quella tortura ;-)

ADDENDUM – 25/05/2008: Sul sito di Sci(Bzaar)Net è disponibile il video della presentazione.

P.S. mi scuso con i lettori che nelle ultime due settimane hanno postato commenti senza ricevere risposta: sono stata davvero presa, ma rimedierò al più presto! intanto grazie per la pazienza :-)

Tecnologia versus cultura? Ne abbiamo parlato alla Fiera del Libro

12 maggio 2008

La mia prima volta in Fiera: eccola qua. Come si dice in questi casi? Stanca ma felice :) Ottima Cecilia Cognigni, presidente AIB Piemonte e coordinatrice della tavola rotonda e Kagylla e Maria Cassella e Franco Bungaro e Paolo Gardois e Rossana Morriello e il Gruppo Abele e tanti altri colleghi che mi ha fatto enormemente piacere incontrare.

La Fiera il mattino è piena – soprattutto di scolaresche urlanti. Ma quante case editrici abbiamo in Italia? Come dice la cara Daniela del Gruppo Abele (a proposito: è in previsione un bellissimo progetto con loro – stay tuned!) bisognerebbe vivere in un Paese di lettori fortissimi per soddisfare tutta questa offerta. Ed è noto che l’Italia non ricada propriamente sotto questa categoria. Ma… qui cadiamo nel bel mezzo del topic della tavola rotonda.

Ho l’onore di cominciare, dopo un’introduzione di Cecilia. Le cose di cui mi piace parlare le conoscete. In ogni caso allego a breve la presentazione. Il succo è: la tecnologia (2.0, in particolare) non solo non è distruttiva per la capacità di creare cultura, ma è un fortissimo catalizzatore di flussi informativi. Esistono strumenti che fino a pochi anni fa solo un numero ristretto di techno-geek sapeva usare. Ci sono i blog dei citizen journalist, i mondi in cui l’autorialità si fa manipolativa di Scuola 3D, le letture collaborative di Book Glutton, la fan fiction degli smanettoni-scrittori. Ben venga la mutazione se ci arricchisce. E quindi facciamo in modo che ci arricchisca, contribuiamo a cavalcare l’innovazione, a dominarla, a fare cultura (di qualità). Stiamo pronti alla mutazione di lettura e scrittura. E desacralizziamo i libri (detto in Fiera, temevo mi cacciassero ;-) )

Quando Beethoven ha composto la IX Sinfonia, l’accoglienza non è stata entusiasmante. Un critico esimio dell’epoca dice: quest’opera piacerà tanto ai nostri contemporanei, a coloro che si lasciano dominare dalle passioni, a coloro che non sono più usi all’elevazione dello spirito e dell’Arte, a coloro che amano il gossip; insomma, a coloro che leggono i romanzi! (questo è il motivo per cui c’entra Baricco, che ne I barbari ha raccontato questo gustoso episodio). Il critico accomuna due dei pilastri della Cultura occidentale: la IX Sinfonia e i romanzi in una tendenza all’imbarbarimento deplorevole. Visto com’è facile mutare?

Segue Giovanni Del Ponte, scrittore di libri per ragazzi: fino ai 14 anni non lettore; meglio, lettore di soli fumetti. Poi, dal Buio oltre la siepe in avanti si appassiona, legge i libri che trova in casa e finisce col diventare uno scrittore (mi ricorda il mio passato – e anche il mio presente, per la verità – di lettrice di fumetti e saggi e non di romanzi). Avere un contatto con i lettori attraverso il sito modifica la scrittura: per esempio a volte nei libri non si inseriscono degli approfondimenti che poi vengono pubblicati online. Bello quello che dice contro la feticizzazione del libro: sono importanti i contenuti, non la forma-libro, è per questo che il fumetto è letteratura in forma grafica. Non fa distinzione tra libri, fumetti e film: gli interessano le storie. E conclude con un book-trailer, cioè un filmato promozionale che, sulla falsariga dei trailer che pubblicizzano i nuovi film, propone un libro per ragazzi appena uscito. (splendido, cerco di ritrovarlo in Rete)

Segue Zelica Tapognani: esperienza diretta di promozione della lettura nelle scuole. Iniziale riuscita, poi declino. Quando i bibliotecari si ritirano, gli insegnanti non sembrano capaci di raccogliere i frutti della semina. Si riesce a coinvolgere molto le fasce di età più basse, ma gli adolescenti diventano imprendibili. E anche i genitori spesso non aiutano: nelle case non ci sono libri, e non c’è pressione culturale sui ragazzi perché leggano. La lettura non può essere solo piacevole, è giusto insegnare che è anche fatica, come le cose importanti della vita. Il progetto di Zelica prevedeva un coinvolgimento dei ragazzi come mediatori culturali, cioè intermediari che dovevano produrre suggerimenti e stimoli per portare i loro coetanei in biblioteca.

Augusta Popi Giovannoli ci parla delle super geek iniziative della Biblioteca Multimediale di Settimo (qui è bello vedere i due interventi insieme: Zelica e Augusta lavorano nella stessa biblioteca, ma ci offrono due prospettive diverse su due aspetti importanti della nostra professione). A Settimo fanno cose importanti per gli anziani, per esempio coinvolgendoli al… Settimo Cielo ;-) E poi si occupano di scrittura mutante, fanno concorsi di Sms e praticano un uso intensivo di tecnologie per allargare l’orizzonte della scrittura/lettura.

E così dopo la prima tornata di interventi, il dibattito: bello e intenso. Davvero voglio ringraziare tutte le persone intervenute, così attente e partecipi. Inizia una collega della Biblioteca Civica di Torino: mi sento a disagio con la rincorsa affannosa alle nuove tecnologie. Non voglio perdere la mia identità, non posso confondermi con gli adolescenti, appartengo a un cultura che è altra, diversa dalla attuale, ed è giusto che rimanga tale. E poi c’è troppo rumore, voglio persone che ascoltino. [mio contributo: non dobbiamo diluire la nostra identità, ma rinforzarla grazie alle nuove tecnologie. Non rincorrere, ma farci aiutare, provare a esprimere il nostro patrimonio con i nuovi strumenti]

Poi Maria Cassella, che mi chiede: cos’è il Web 3.0 (meglio: quale delle decine di definizioni sottoscrivo) e cosa si possa fare a fronte dello scarso successo della partecipazione delle biblioteche nei social network. [mio contributo: credo e spero che il Web 3.0 sia il Semantic Web, e che le biblioteche debbano essere pervasive: come accade per bibliobar; come accade per chi ha implementato il modulo di reference su Facebook, senza bisogno di creare necessariamente un profilo istituzionale, ma mettendosi a disposizione degli utenti dove questi si trovano, senza essere invadenti]

Finiscono altri interventi di sostanziale adesione al c.d. Web 2.0, alle possibilità che le tecnologie offrono, che non vanno intese in senso oppositivo ma complementare rispetto all’offerta delle biblioteche. Dibattito molto interessante, stimolante e profondo. Grazie a tutti.

(pubblico senza rileggere, confido nella clemenza dei lettori :-) )

Scrivere e leggere nell’era post-analogica: appuntamento in Fiera

9 maggio 2008

L’AIB ha avuto la bontà di invitarmi alla Fiera del Libro, per un dibattito tra bibliotecari, librai e scrittori che si terrà il prossimo 12 maggio, intitolato Scrivere e leggere nell’era post-analogica: come i giovani leggono e utilizzano contenuti nei formati tradizionali e digitali.

Qualche idea su cosa dirò: Web 2.0 – principi e pratiche; strumenti di partecipazione; condivisione delle informazioni; social media e libri; tecnologie per la conoscenza; (vera) URGENZA di cambiare paradigma; (finta) BARBARIE in agguato (vedi alla voce Baricco).

E poi? e poi chi vuol sentire il resto venga a trovarci a Torino! Anche perché, trattandosi di una tavola rotonda, i contenuti saranno determinati dal dialogo e dalle interazioni con il pubblico…

Dirò che la mia contentezza di partecipare a questo dibattito è dovuta non solo alla qualità dell’evento e al fatto che si tratta della mia prima volta in Fiera; è che spero di dare il mio piccolo contributo al sostegno (della cultura) del Paese ospite, contro un boicottaggio grave e sbagliato. Diciamo che sarà il mio Buon Compleanno per il 60mo anno di vita di Israele.

Open data, Web semantico e Science 2.0

2 maggio 2008

Studio il Web semantico (grazie a certi certi blogger fucine di idee e fornitori di account), organizzo il filo per Sci(bzaar)Net e butto giù due appunti, giusto per riordinare le idee, ma ci ritornerò. Quello che segue continua idealmente il discorso sui dati aperti e il Web semantico (strettamente intrecciati) avviato qualche post fa – in attesa di scrivere qualcosa di decente in particolare su Web semantico e biblioteche.

Qualche tempo fa Richard Poynder ha intervistato lo scienziato Peter Murray-Rust sugli Open Data, e sulle differenze, le convergenze e le sovrapposizioni tra questi e l’open access. Open Data incrocia però soprattutto Linked Data, e così Web semantico, licenze, rappresentazione delle informazioni con Rdf, dati leggibili dalle macchine più che dagli esseri umani e Science 2.0:

… an online interactive environment where a great deal of the information used is more likely to have been discovered, aggregated and distributed by software and machines than it is by humans

Interessante e tangente il progetto di Open Notebook Science dell’apertura ed esposizione dei dati scientifici (chimici in questo caso) e dei risultati (anche fallimentari) di laboratorio. La cosa significativa è che la questione si riallaccia da un lato all’apertura ai dati e dall’altro alla questione del Web semantico, che gli scienziati promotori del progetto Open Data, vedono possibile (giustamente) solo grazie alla apertura, gratuità e possibilità di riutilizzo dei dati (ciò che può essere garantito appunto non dalla sola gratuità ma da particolari condizioni poste sulla proprietà dei dati). Circolarità, loop virtuoso.

Dai dati chimici ai mashup creati sulla base di dati prodotti ai feed aggregati, la parola chiave è Mine the data.

L’Open Access implica letteratura accademica digitale, online, gratuita, e libera dalle restrizioni del copyright e delle licenze. E questo, dice Murray-Rust, è esattamente ciò che è necessario per costruire il semantic Web. [dall’intervista, pag. 1]

Altro elemento che aggiungo a quelli elencati finora è la politica opaca che spesso ha accompagnato i tentativi subdoli da parte di alcuni editori di applicare limitazioni di copyright sui dati, che dovrebbero invece essere sprotetti. Dunque Murray-Rust, già paladino dell’OA si è convertito alla difesa dell’OD con una motivazione molto chiara:

For where the Open Access movement is concerned only with ensuring that scholarly papers are human readable, the Open Data movement requires that they are also machine readable. And since Open Data implies reuse, it is vital that licences are provided that specifically permit this. [sempre dal post di Poynder-Murray Rust]

E concludo guardando alla questione open data (perfino) dal punto di vista dei peer reviewers, che, in uno studio recente affermano che nel loro processo di revisione degli articoli da pubblicare sulle riviste, avrebbero bisogno di accedere ai dati, ai risultati e alle procedure degli esperimenti, anche ai raw data.

A majority of reviewers and editors also said would be desirable to be able to review authors’ data as part of peer rereview.