Tecnologia versus cultura? Ne abbiamo parlato alla Fiera del Libro

La mia prima volta in Fiera: eccola qua. Come si dice in questi casi? Stanca ma felice :) Ottima Cecilia Cognigni, presidente AIB Piemonte e coordinatrice della tavola rotonda e Kagylla e Maria Cassella e Franco Bungaro e Paolo Gardois e Rossana Morriello e il Gruppo Abele e tanti altri colleghi che mi ha fatto enormemente piacere incontrare.

La Fiera il mattino è piena – soprattutto di scolaresche urlanti. Ma quante case editrici abbiamo in Italia? Come dice la cara Daniela del Gruppo Abele (a proposito: è in previsione un bellissimo progetto con loro – stay tuned!) bisognerebbe vivere in un Paese di lettori fortissimi per soddisfare tutta questa offerta. Ed è noto che l’Italia non ricada propriamente sotto questa categoria. Ma… qui cadiamo nel bel mezzo del topic della tavola rotonda.

Ho l’onore di cominciare, dopo un’introduzione di Cecilia. Le cose di cui mi piace parlare le conoscete. In ogni caso allego a breve la presentazione. Il succo è: la tecnologia (2.0, in particolare) non solo non è distruttiva per la capacità di creare cultura, ma è un fortissimo catalizzatore di flussi informativi. Esistono strumenti che fino a pochi anni fa solo un numero ristretto di techno-geek sapeva usare. Ci sono i blog dei citizen journalist, i mondi in cui l’autorialità si fa manipolativa di Scuola 3D, le letture collaborative di Book Glutton, la fan fiction degli smanettoni-scrittori. Ben venga la mutazione se ci arricchisce. E quindi facciamo in modo che ci arricchisca, contribuiamo a cavalcare l’innovazione, a dominarla, a fare cultura (di qualità). Stiamo pronti alla mutazione di lettura e scrittura. E desacralizziamo i libri (detto in Fiera, temevo mi cacciassero ;-) )

Quando Beethoven ha composto la IX Sinfonia, l’accoglienza non è stata entusiasmante. Un critico esimio dell’epoca dice: quest’opera piacerà tanto ai nostri contemporanei, a coloro che si lasciano dominare dalle passioni, a coloro che non sono più usi all’elevazione dello spirito e dell’Arte, a coloro che amano il gossip; insomma, a coloro che leggono i romanzi! (questo è il motivo per cui c’entra Baricco, che ne I barbari ha raccontato questo gustoso episodio). Il critico accomuna due dei pilastri della Cultura occidentale: la IX Sinfonia e i romanzi in una tendenza all’imbarbarimento deplorevole. Visto com’è facile mutare?

Segue Giovanni Del Ponte, scrittore di libri per ragazzi: fino ai 14 anni non lettore; meglio, lettore di soli fumetti. Poi, dal Buio oltre la siepe in avanti si appassiona, legge i libri che trova in casa e finisce col diventare uno scrittore (mi ricorda il mio passato – e anche il mio presente, per la verità – di lettrice di fumetti e saggi e non di romanzi). Avere un contatto con i lettori attraverso il sito modifica la scrittura: per esempio a volte nei libri non si inseriscono degli approfondimenti che poi vengono pubblicati online. Bello quello che dice contro la feticizzazione del libro: sono importanti i contenuti, non la forma-libro, è per questo che il fumetto è letteratura in forma grafica. Non fa distinzione tra libri, fumetti e film: gli interessano le storie. E conclude con un book-trailer, cioè un filmato promozionale che, sulla falsariga dei trailer che pubblicizzano i nuovi film, propone un libro per ragazzi appena uscito. (splendido, cerco di ritrovarlo in Rete)

Segue Zelica Tapognani: esperienza diretta di promozione della lettura nelle scuole. Iniziale riuscita, poi declino. Quando i bibliotecari si ritirano, gli insegnanti non sembrano capaci di raccogliere i frutti della semina. Si riesce a coinvolgere molto le fasce di età più basse, ma gli adolescenti diventano imprendibili. E anche i genitori spesso non aiutano: nelle case non ci sono libri, e non c’è pressione culturale sui ragazzi perché leggano. La lettura non può essere solo piacevole, è giusto insegnare che è anche fatica, come le cose importanti della vita. Il progetto di Zelica prevedeva un coinvolgimento dei ragazzi come mediatori culturali, cioè intermediari che dovevano produrre suggerimenti e stimoli per portare i loro coetanei in biblioteca.

Augusta Popi Giovannoli ci parla delle super geek iniziative della Biblioteca Multimediale di Settimo (qui è bello vedere i due interventi insieme: Zelica e Augusta lavorano nella stessa biblioteca, ma ci offrono due prospettive diverse su due aspetti importanti della nostra professione). A Settimo fanno cose importanti per gli anziani, per esempio coinvolgendoli al… Settimo Cielo ;-) E poi si occupano di scrittura mutante, fanno concorsi di Sms e praticano un uso intensivo di tecnologie per allargare l’orizzonte della scrittura/lettura.

E così dopo la prima tornata di interventi, il dibattito: bello e intenso. Davvero voglio ringraziare tutte le persone intervenute, così attente e partecipi. Inizia una collega della Biblioteca Civica di Torino: mi sento a disagio con la rincorsa affannosa alle nuove tecnologie. Non voglio perdere la mia identità, non posso confondermi con gli adolescenti, appartengo a un cultura che è altra, diversa dalla attuale, ed è giusto che rimanga tale. E poi c’è troppo rumore, voglio persone che ascoltino. [mio contributo: non dobbiamo diluire la nostra identità, ma rinforzarla grazie alle nuove tecnologie. Non rincorrere, ma farci aiutare, provare a esprimere il nostro patrimonio con i nuovi strumenti]

Poi Maria Cassella, che mi chiede: cos’è il Web 3.0 (meglio: quale delle decine di definizioni sottoscrivo) e cosa si possa fare a fronte dello scarso successo della partecipazione delle biblioteche nei social network. [mio contributo: credo e spero che il Web 3.0 sia il Semantic Web, e che le biblioteche debbano essere pervasive: come accade per bibliobar; come accade per chi ha implementato il modulo di reference su Facebook, senza bisogno di creare necessariamente un profilo istituzionale, ma mettendosi a disposizione degli utenti dove questi si trovano, senza essere invadenti]

Finiscono altri interventi di sostanziale adesione al c.d. Web 2.0, alle possibilità che le tecnologie offrono, che non vanno intese in senso oppositivo ma complementare rispetto all’offerta delle biblioteche. Dibattito molto interessante, stimolante e profondo. Grazie a tutti.

(pubblico senza rileggere, confido nella clemenza dei lettori :-) )

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17 Risposte to “Tecnologia versus cultura? Ne abbiamo parlato alla Fiera del Libro”

  1. Fabio Metitieri Says:

    Scusa, visto che ne hai parlato, quali sono “i blog di citizen journalism”, in Italia? Puoi fare un elenco almeno dei principali?

    Grazie e ciao, Fabio.

  2. Giulio Blasi Says:

    Ciao Bonaria,

    trovo interessanti i tuoi post sul web 3.0 (nel senso del semantic web). Mi interesso di queste cose da anni e ho fatto molto lobbying nella PA per far recepire linguaggi come RDF e OWL e in generale l’idea di svilppare portali e applicazioni web basati su ontologie.

    Come forse sai, la mia azienda si occupa anche di biblioteche digitali e sarei curioso di avere la tua idea su quali funzioni principali possa svolgere il semantic web in questo ambito. In che direzione pensi ci si debba muovere? Non so se è il posto giusto per questo mio commento!

    Un saluto

    Giulio

  3. kagilla Says:

    Beh, visto che sono stata citata tra i presenti (ero un’infiltrata, lo so), intervengo solo per esternare l’interesse che ha suscitato in me il dibattito. E’ un mondo a me in parte sconosciuto, ma sentir parlare di lettura/apprendimento collaborativo, fan fiction, laboratori di scrittura mutante mi ha appassionato. Ho preso anche qualche appunto sul retro di una piantina della Fiera e prima o poi approfondirò. La sensazione che ne ho ricavata, da esterna/estranea al mondo dei bibliotecari, è che si stia muovendo qualcosa: molta voglia di fare, tante idee e soprattutto persone entusiaste. Finalmente!

  4. bonaria Says:

    @Fabio: Ciao. Sicuramente conosci molti più esempi di citizen journalist (non necessariamente italiani) di me. Però non li ami o non li reputi seri. Bruciamo le tappe: dimmi perché ;)

    @Giulio: Ciao e grazie per il commenti :) Conosco bene Horizons e trovo molto interessante ciò di cui vi occupate. Spero di riuscire a scrivere un post dettagliato su quelle che sono le potenzialità della semantica applicata alle biblioteche. Intanto credo che si potrebbe lavorare sull’applicazione di un layer semantico – quindi qlcs che lavori sul front-end, à la LibraryThing for Libraries, per capirci – ai dati (record bibliografici) delle biblioteche.

    Questo livello potrebbe garantire ai dati la piena integrazione con le funzionalità che linguaggi come Foaf o Sioc o Rdf (e varianti) offrono e quindi permettere ai dati di venire da un lato integrati con le informazioni (accreditate) provenienti dal Web e dall’altro utilizzati anche al di fuori dell’ambito bibliotecario.

    Ciò su cui occorrerebbe lavorare è secondo il mio modesto punto di vista proprio l’integrazione e la contaminazione: dati catalografici integrati con informazioni provenienti dall’esterno e applicativi di knowledge management e data management arricchiti di dati bibliografici (inclusi per esempio i record di authority). Ma tutto questo è proficuo solo se sostenuto da un’architettura semantica, quindi in grado di creare legami intelligenti tra le varie risorse. Che ne pensi?

    @Kagylla: è stato davvero bello incontrarsi a Torino, tra tanti amici… Sono contenta di essere riuscita a trasmettere qualche stimolo. Penso che la comunicazione e il confronto proprio con i non addetti possa portare arricchimento, aprire gli orizzonti e magari contribuire all’innovazione del nostro meraviglioso mondo :)

    P.S. mi scuso con tutti per il ritardo con cui rispondo :(

  5. Fabio Metitieri Says:

    Bonaria, di esempi italiani non ne conosco. E senno’, che te lo chiedevo a fare? Del resto, sei tu che ne parli ai convegni, di certo non io.

    Anzi, no, uno mi viene in mente. Indimedia (esiste ancora?) che ai tempi di Genova diffuse in Rete per circa 24 ore la notizia che la polizia aveva portato fuori dalla scuola Diaz dei cadaveri (uno o due, mi pare) chiusi in sacchi neri. Notizia diffusa in tempo reale. Peccato (e per fortuna) che fosse del tutto falsa.

    Di esempi non italiani… bo’… se togli quello famoso di Salam Pax, o altri casi di “testimoni” in Paesi dove i giornalisti non sono ammessi, o di persone che si sono trovate piu’ o meno per caso in un evento particolare, non saprei… io, non essendo un giornalista di cronaca o generalista, ne so molto poco.

    A meno di considerare citizen journalist qualsiasi se-dicente esperto che scrive qualcosa on line. In tal caso, per quanto riguarda l’Italia e il mondo anglosassone, sull’Hi Tech il panorama lo conosco molto bene. E, se restringiamo il discorso all’Italia, credo che tu sappia bene che io li ritengo tutti dei cialtroni e, peggio di questo, dei cialtroni che puntano a pubblicare su carta, perche’ solo cosi’ si sentono appagati e, direi, “importanti” proprio come i tanto odiati giornalisti.

    Oppure, malattia che mi pare solo o quasi italiana, sono, si’, dei veri esperti di Hi Tech, ma che on line parlano di tutt’altro (politica, di solito, oltre agli immancabili fatti loro, con microepisodi di quotidianita’).

    Ho risposto alla tua domanda? Ed era questo, lo scenario che hai citato nel tuo intervento, o conosci qualcosa di meglio?

    Ciao, Fabio.

  6. Fabio Metitieri Says:

    Oh, dimenticavo una cosa, sul citizen journalism hi tech in Italia.

    Ulteriore restrizione del campo di indagine: se sono dei bloggher Vib (Very Important Bloggher) o “wannabe” tali. Che sono poi la grande maggioranza di quelli noti.

    Questi non solo sono hobbisti ignoranti e che puntano alla carta o, come ho scritto altrove, ai buffet o almeno ai Tramezzini, e senza nessuna professionalita’, ma, se devo parlare come fruitore delle informazioni, sono persone che devono autopromuoversi a tutti i costi.

    Questo determina due “inconvenienti”.

    Il primo e’ che sono dei talebani, come dico da anni. Degli ideologi che piegano qualsiasi evento alla loro visione del mondo. Perche’ solo se il teorema blogh ha successo anche loro avranno successo.

    Famoso ed emblematico (per me) e’ il caso di Giuseppe Granieri, che appena entrato in Second Life (SL) ha spiegato al mondo, sul suo blog, prima ancora di avere capito dove fosse, che SL ha avuto successo grazie all’introduzione da parte di Lessig della licenza Creative Commons. Palla colossale, che gli ho gentilmente segnalato nei commenti (e’ off topic, qui, ma se vuoi ti spiego perche’), e non ho mai visto un suo post dove non dico facesse autocritica cinese, ma molto piu’ semplicemente ammettesse di avere sparato una tavanata. E via… in fondo capita a tutti (a tutti gli altri, non a me ;-) di sbagliare. Ammetterlo non e’ un dramma.

    Di recentissimamente, leggiti i post di Luca Conti (uno che ha dichiaratamente sposato il business e il tentativo di fare soldi con il “buzz”, il marketing virale via blogh) sul servizio di Business Week di giugno, e i miei relativi commenti.

    Li trovi qui:
    http://www.pandemia.info
    guardando sotto i titoli “I blog tornano…” e “Microblogging…”

    In breve, Business Week titola “Beyond Blogs” (oltre i blog…) e Luca Conti (il blog Pandemia, uno dei piu’ getotnati e ritenuti attendibili) commenta: “Che trionfo, i blog sono di nuovo in copertina su Business Week”. Roba che Joseph Goebbles sarebbe orgoglioso di lui.

    Secondo problema. Quando riescono a mettere il loro naso di “informatori” fuori dal loro blog e se (come spesso capita, guarda caso) lavorano nel settore come consulenti o markettari, oltre a promuovere l’ideologia blog hanno solo un’altra preoccupazione: promuovere se stessi.

    Su questo, leggiti gli “articoli” di Mafe de Baggis su Punto Informatico, per esempio, con i miei (e di parecchi altri) commenti (abbastanza disgustati).

    Guarda qui:
    http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2230348
    http://punto-informatico.it/p.aspx?i=2244654

    Ecco, questo e’ il citizen journalism che conosco.

    Se a questo associ la lettura dello studio recente della British Library e dello University College di Londra, che spiega come anche nelle universita’ (inglesi, che forse sono anche meglio delle nostre) i giovani (non solo studenti, ma anche ricercatori) non abbiano la piu’ pallida idea di come valutare attendibilita’, pertinenza e rilevanza di quanto trovano in Rete…

    …C’e’ grande confusione sotto il cielo, ma la situazione non e’ per nulla eccellente.

    Ti ho risposto del tutto?

    Ciao, Fabio.

  7. bonaria Says:

    Ciao Fabio, nel mio intervento non ho parlato di citizen journalism, altrimenti avrei citato degli esempi, ma il fenomeno mi è venuto in mente quando ho scritto il post perché mi sembra sia riconducibile all’apertura e democratizzazione della Rete – che è poi uno degli aspetti di cornice entro il quale voleva collocarsi la presentazione.

    Esempi italiani ce n’è, come, soprattutto, ci sono esempi stranieri*. Non sono un’esperta neppure io, ma mi sembra di poter tracciare una differenza tra i due, che è anche se vogliamo una caratterizzazione culturale: i siti di c.j. italiani sono molto più inclini a riportare commenti – politici soprattutto -, mentre quelli anglosassoni puntano più sui fatti di cronaca, quindi in sostanza rispondono più concretamente alla funzione del giornalismo dei cittadini. I resoconti dalle zone devastate dall’uragano Katrina piuttosto che i reportage dalle scuole teatro di stragi o le repressioni in Cina sono stati coperti più e meglio dai c.j.

    E poi, i grandi content provider che si aprono alla massa: BBC, CNN – chi filtrando, chi no. Aprire a un’audience internazionale fa anche la differenza – un po’ perché non ha senso parlare di c.j. italiano o francese o spagnolo (la Rete che abbatte le barriere) – e un po’ perché i siti à la iReport sono in grado di scrollarsi di dosso l’attitudine provinciale da calendario di Manuela Arcuri che in alcuni Paesi predomina.

    Mi sembra che in Italia possa sperare in maggiore successo il video-giornalismo, forse per la maggiore familiarità degli italiani con lo strumento (e la conseguente scarsa familiarità con il giornalismo della carta stampata – vedi dati sui lettori dei quotidiani etc.). Current TV o Tua TV contengono alcuni servizi interessanti – certo, insieme appunto a backstage dei calendari. Ma qui dipende anche dal fatto che mentre alcuni siti di c.j. effettuano comunque un controllo redazionale, altri lasciano libero sfogo al protagonismo degli utenti.

    Mi sembra che qui si riproponga la dicotomia tra contenuti di qualità e trash di cui abbiamo discusso altre volte a proposito di blog e meraviglie 2.0 varie. Intanto non considero negativamente l’aspirazione di alcuni alla pubblicazione su carta. Molti giornalisti o scrittori sono stati ‘scoperti’ grazie alla Rete e certo che il puro strumento tecnologico non fa di un blogger mediocre un giornalista praticante al Corsera.

    Vero è che probabilmente i migliori servizi sono proprio quelli pubblicati da cittadini comuni, senza particolari aspirazioni, se non quella di portare all’attenzione fatti o prospettive ignorate dai media mainstream.

    Per come la vedo io la grande abbuffata dei novelli Montanelli è abbastanza normale. Come è normale che tra migliaia di servizi possa emergere solo una piccola percentuale di buone notizie. Però è una percentuale che non va trascurata – e non vanno trascurati l’integrazione e lo stimolo ai giornalisti professionisti che vengono inoculati nel sistema-comunicazione.
    Inoltre la piccola percentuale di notizie buone probabilmente aumenterà col tempo, perché migliorerà la comprensione e la gestione di queste dinamiche.

    E magari si arriverà a determinare che un filtro di veri giornalisti è comunque irrinunciabile se non si vogliono mantenere in piedi piattaforme piene di schifezze, però è indubbio che sono decisioni che vanno prese sul campo, ex post, dopo che si è lasciata a briglia sciolta la creatività e si sono aperte le porte alla partecipazione di tutti.

    Non per essere banale ma Wikipedia dimostra che alla fine un certo controllo di qualità dal basso è possibile ottenerlo – potrebbe rivelarsi una strategia efficace anche per i siti di c.j.: la comunità dei pari che seleziona le notizie più credibili, o anche solo quelle meglio raccontate; gli articoli più documentati; i video più accurati etc.

    Infine sono d’accordo sull’importanza dell’information literacy: quanti più contenuti vengono immessi online, tanto più c’è bisogno di in-formarsi e imparare a separare il grano dal loglio. Ma, come dimostrano le cronache dei fatti del Pigneto di questi giorni, io non vedo nei citizen journalist l’unico pericolo. Anzi. Se pensi a tutte le bufale smascherate dai blog (e forum e simili)…
    Serietà e onestà intellettuale non vanno a braccetto solo coi giornalisti professionisti. E le novità e le innovazioni non vanno a braccetto solo coi bloggHer ;)

    Imparare a fruire consapevolmente le informazioni vuol dire e deve servire anche a distinguere i blogger o i citizen journalist o i giornalisti professionisti onesti e preparati dai cialtroni, che rimangono tali ovunque pubblichino…

    Ciao, e grazie dei commenti :)

    *
    iReport
    Global Voices
    AgoraVox
    OhMyNews
    ———–
    TuaTV
    CominciaItalia
    LaMiaNotizia

    P.S. Indymedia è un sito che m’è scaduto da parecchio, ben prima dei fatti di Genova (basti guardare a come ha sempre trattato la questione Israele-Palestina…).

  8. Fabio Metitieri Says:

    Cara Bonaria, rispondo in modo sintetico e schematico non per pigrizia ma per non ingarbugliare ulteriormente il discorso.

    1) il citizen jounralism e’ una cosa. Il tentativo da parte dei grandi media di coinvolgere (leggasi sfruttare) i lettori / utenti e’ tutt’altro.

    2) nel citizen journalism io comprendo solo quello che un giornalista definirebbe “produzione originale di contenuti”. La massa degli allenatori del lunedi’ che scrivono di tutto sui loro blog, preferibilmente su cose di cui non sanno un tubo, partendo da una notizia mainstream e commentandola, non e’ citizen journalism.

    3) Di esempi internazionali di citizen journalism non ne conosco poi cosi’ tanti.

    4) La mia domanda chiarissima era: esempi italiani? E non hai risposto.

    5) Lascerei da parte, per il momento, le Tv “dal basso”. Ancora non vediamo risultati decenti nel solo testo e per i podcast amatoriali in Italia abbiamo sentito solo orrori, per cui aspettiamo un po’ prima di essere trionfali sulle Tv.

    6) Sui miei due commenti non hai fatto nessuna osservazione, ne’ positiva ne’ negativa.

    Ora, tralasciamo il punto 6, anche se…. la Rete come conversazione, la Rete come conversazione, e poi quando si prova a conversare sui blog la rtisposta e’ sempre solipsistica, del tipo: si’, tu hai criticato la montagna, chiedendomi cosa ne penso, ma immagina un po’… io l’anno scorso sono andata in Spagna, e adesso ti racconto per filo e per segno quanto e’ bella…. Ma che conversazione e’?

    Sul resto, a questo punto provoco. Non hai la piu’ pallida idea di cosa sia il citizen journalism, non sai farmi esempi italiani, ma siccome e’ una cosa ideologicamente “buona e giusta” e ne parlano tutti (nessuno sapendo bene di che beato sta parlando), nel tuo post hai infilato anche quello, che tanto male non fa…

    Be’, speravo che cosi’ non fosse.

    Ciao, Fabio.

  9. Fabio Metitieri Says:

    Ah, altre due cose…

    7) Sulle bufale smascherate dai blogh. Poche, si contano sulle dita di una mano, in Italia (e con qualche mano in piu’ a livello internazionale). Il contrario, cioe’ la diffusione di bufale via blog, soprattutto nel piccolo e provincialotto panorama italiano, e’ un fenomeno talmente diffuso che nessuno si prende neppure la briga di segnalarlo. Dai, ho dovuto persino bacchettare Attivissimo, il se-dicente anti-bufologo, per le tavanate che stava dicendo su Second Life. Ma ti pare?

    8) Io nel citizen journalism non vedo affatto un pericolo. Se esistesse. Vedo un pericolo (pericolo…. si fa per dire…) in chi racconta che esiste.

    Ciao, Fabio.

  10. bonaria Says:

    Fabio, visto che hai tirato fuori tu la storia degli esempi italiani (io non leggo quasi mai siti italiani), fatti fare una seduta di reference per trovarne altri rispetto a quelli citati ;)

    Mi dispiace che come al solito abbia frainteso tutto. La mia era certo una risposta al tuo commento e in particolare voleva dire questo (provo a esemplificare sperando in miglior fortuna)

    1) il cj è un fenomeno di moda tanto quanto Second Life (con esiti ugualmente incerti, se vuoi, ma che io ritengo degni di essere seguiti e supportati)

    2) tutto ciò che è Web (quindi 1.0, 2.0 etc.) è soggetto a derive da fenomeni da baraccone, buzz, hype e quant’altro. Sta alla capacità del navigatore discernere e fruire di informazione accreditata

    3) gli esempi erano allegati tramite asterisco (*). Questi sono i siti (ripeto, soprattutto quelli stranieri) che io conosco e visito. Se e quando scriverò un articolo sul cj farò una rassegna completa universale

    4) non vedo perché il cj debba essere solo “fatti” – e “fatti non raccontati dai grandi media”. Può benissimo essere commento sportivo o nota politica. Quello che a me interessa è il punto di vista inedito, non il sensazionalismo (non mi starai per caso entrando in un mood da web2 fan?!)

    4) Non trovo che aprire agli UGC sia da parte dei media mainstream (necessariamente) sfruttamento e anzi apprezzo i casi in cui viene esercitato un controllo redazionale che mi evita il lavoro di scrematura (controllo sulle schifezze, non sulle opinioni)

    5) non sostituirei mai la lettura del Corriere con quella dei blog o degli articoli dei citizen journalist. Semmai le affianco

    6) last but not least: io non penso che sia tutto bianco o nero – forse è per questo che non ci capiamo. Credo che esistano buoni esempi di cj, come di blogger, second lifers e quant’altro. Solo che, esattamente come accade per l’informazione di carta, via cavo e simili, bisogna perdere un po’ di tempo nella selezione.

  11. bonaria Says:

    P.S. chi è stato trionfale sulle TV??! Io ho semplicemente citato TuaTV e CurrentTV mettendo le mani avanti sul fatto che insieme a servizi itneressanti, propongono anche le solite tavanate (mi piace questo termine, anche se, da terrona, non ne afferro esattamente il senso)

    [questo voleva essere un esempio del tuo fraintendimento o del tuo bisogno di vedere nemici dove non ce n’è nemmeno a cercarli col lanternino]

  12. Fabio Metitieri Says:

    Cara Bonaria,

    Oh, quelli sotto l’asterisco erano gli esempi… ma che modo di scrivere. E senza manco due righe di descrizione per ciascuno, e dopo che ti avevo gia’ detto (via mail, mi pare) che io odio il tipico malcostume Web 2.0 di chi da’ dei link senza manco dire cosa sono?

    Si’, per il modo di comunicare siamo decisamente in un due universi diversi. Io di solito spiego, sono didattico, mi faccio capire…. tipica deformazione professionale da giornalista.
    ;-)

    Comunque, tra gli asterischi italiani che segnali, uno e’ promosso da Repubblica (nota associazione spontanea, di informazione alternativa e dal basso), l’altro e’ una testata on line con tanto di direttore e di redazione.

    Il terzo, forse, e’ l’unico che potrebbe essere definito citizen journalism, ma esiste dall’agosto del 2006, non mi pare di averne mai sentito parlare e, a giudicare dal fatto che tutte le news hanno zero commenti (salvo una, con un solo commento) non credo che in ben due anni abbia raggiunto un qualche peso.

    Ed e’ tutto qui? Tre indirizzi?

    Sulle Tv non ho frainteso nulla. Dico solo che e’ troppo presto per parlarne. Di testi, cioe’ di notizie fatte di caratteri, invece, si puo’ parlare perche’ dovrebbero avere gia’ prodotto dei risultati. Se di risultati non ce ne sono e’ gia’ il momento di chiedersi perche’. Idem per i podcast.
    ;-)

    Poi…

    – Second Life non e’piu’ di moda, da luglio 2007. Aggiornati.

    – “Fatti” e “fatti non racontati dai media” sempre fatti sono, e sarebbero contenuti originali. La realta’ e’ che su blog, in Italia, trovi solo opinioni che commentano i fatti gia’ pubblicati sui grandi media, piu’ o meno come si discute di calcio al bar il lunedi’ mattina, e questo non e’ citizen journalism, questo e’ solo un passatempo per chi lo fa, forse e’ social networking, ma non e’ informazione ne’ giornalismo alternativo. Su quanto i blog italiani facciano riferimento per i loro post in larga percentuale ai grandi media era uscita una ricerca non molto tempo fa; scusa se non ti ripesco l’indirizzo.

    – Sulla politica dei media in tempi di crisi, ho segnalato oggi un dossier di “Report”, su Aib-Cur. Prova a leggerlo tra le righe. Poi, se hai tempo, leggiti questo dossier di First Monday. E no, non ti dico cosa e’, cosi’ siamo pari.

    – Io vedo solo grigi, da sempre.

    – Gli esempi di buon citizen journalism in Italia, comunque non me li hai fatti.

    – E, dimenticavo: Indymedia italiano e’ stato chiuso (altro aspetto su cui forse vale la pena di riflettere). Ne esistono solo micro-edizioni locali, al momento.

    – Tavanate non e’ padano. E’ linguaggio televisivo. E sono terrone anche io.

    – Un articolo completo e approfondito sul citized journalism, con una buona rassegna – internazionale o, meglio, anche solo italiana – lo vendi al volo. Aspetto di leggerlo. Nel frattempo, evita di citare come “fenomeno” qualcosa di cui hai solo tre indirizzi per l’Italia e tre indirizzi internazionali, grazie.

    Ciao, Fabio.

  13. bonaria Says:

    Fabio, mi sa che stai perdendo colpi. Gli asterischi – come le note – si usano per segnalare in calce dai tempi della pietra (cmq, la prox volta se c’è qualcosa che non capisci, chiedi _prima_ di provocare!). Questa è peggio del mio introvabile indirizzo mail ;-)

    Non ho il tempo per farti agratis una sitografia di citizen journalist – anche perché parliamo di qualcosa che non esiste solo in formato piattaforma collettiva. Sono citizen journalist anche tutti quei xjnthek* che sul proprio aajenvpos** discutono di fatti, pubblicano commenti, danno vita a (o proseguono) conversazioni.

    Poi se io ti do degli esempi e uno non va bene perché il direttore editoriale c’ha i capelli rossi mentre l’altro ha la mamma che non sa cucinare, mi sa che il problema è che ormai hai sposato una tesi e non vuoi divorziare.
    Ho già detto che né ho parlato del cj nella presentazione (altrimenti avrei inserito esempi etc.) né sono un’esperta né ambivo alla completezza nel segnalarti qualche sito che guardo.

    Cavoli, ero veramente convinta che tavanata fosse una… padanata! E sì che la televisione la guardo…

    P.S.: aridagli con gli esempi italiani! te ne ho fatti almeno 4 nel secondo commento – e nel terzo ti ho pure detto che visito quasi solo siti stranieri. Ma che, al di fuori dell’Italia, non c’è vita su Marte?

    P.P.S. guarda che fenomeno vuol dire anche “fatto, evento che può essere oggetto di studio” oltre che “evento eccezionale” (rif.: Diz. Lingua Italiana De Mauro) e la prima è l’accezione da me usata. Della serie: ma perché devi sempre pensare a male?!

    E adesso se permetti stacco un po’ la spina perché ho da… lavorare :)

    — FINE COMMENTO —

    * è un alias per “blogger”, così non dobbiamo litigare sulle parole

    ** è un alias per “blog”, così non dobbiamo litigare sulle parole

  14. Fabio Metitieri Says:

    – Bonaria, per le note, si mette un simbolo di richiamo in testo. Quella che hai usato non e’ un’abitudine accademica, ma il malcostume del blogger che quando non sa che post scrivere copia qualche link a casaccio, come se fosse su delicious, e senza manco fare la fatica di scrivere due righe di commento. Il che, anche dal punto di vista dell’informazione on line, e’ solo una grossa cazzata (questo non e’ padano ne’ linguaggio televisivo, cosi’ lo capisci meglio).

    – Da un punto di vista giornalistico, poi, le note non si mettono. Perche’ se non riesci a dire qualcosa nel testo vuol dire o che e’ qualcosa di inutile o che non sai scrivere. O, piu’ spesso, entrambe le cose.

    – Di certo non ti ho chiesto una sitografia gratis. Ti ho tacciato di avere parlato di cose che non sai, e solo perche’ certi “paroloni” sono di moda e ritenuti “ideologicamente giusti”; quindi ti ho suggerito di scrivere un articolo in merito (dopo avere studiato e fatto i compitini), articolo che senza dubbio qualcuno di comprerebbe.

    Ah, naturalmente non sei l’unica persona la mondo che lavora…. e non sei neppure la sola capace di essere acida e sarcastica.
    ;-)

    Ciao, Fabio.

  15. bonaria Says:

    Come diceva la Bibbia: “… acidi e sarcasmi semini, acidi e sarcasmi raccoglierai” ;-)
    — NOTA BENISSIMO: TRATTASI DI SCHERZO – NON ERA LA BIBBIA CHE LO DICEVA! —

    Per tutto il resto: tu tacci, provochi, accusi, insulti. Sei un estenuato esteta del flame (lo dico come complimento, eh!).

    A me invece piace solo discutere (ma di contenuti, non di formalismi e nominalismi) e non mi interessa di accusare, tacciare, insultare, provocare etc. Cioe’, più che altro mi annoia, anche perché ormai mi rimpalli sempre le stesse accuse.

    Last: relax! Siamo solo in un blog, Fabio, e l’unico che paradossalmente sembra non esserne consapevole sei proprio tu! Dai, questi pistolotti sul Giornalismo, le Note, la Scrittura, valli a fare in un corso di giornalismo (e prenditi un po’ meno sul serio, che ti fa bene ;)

  16. Fabio Metitieri Says:

    Bonaria, discuto sempre di contenuti. Web semantico. Citizen journalism. Ottengo sempre le risposte che mi servono (piu’ molto altro). E sono rilassatissimo (nessuno piu’ di me che prenda poco sul serio i blog, dovresti saperlo).

    Le battutine e i pistolotti te li tiri dietro. E io mi diverto a farli, certo. Fai meno la saccentina, se non altro sugli argomenti dove conosci e reciti solo le litanie piu’ di moda, e in futuro ti evitero’ i pistolotti.

    Ribadisco comunque il consiglio di studiarti seriamente il citizen journalism e di scrivere un articolo in merito. Oltre a leggerti i due brevi dossier che ti ho segnalato.

    Ciao, Fabio.

  17. bonaria Says:

    Ti ringrazio ma, davvero, non ho tempo adesso per scrivere un articolo. Ci penserò. Intanto aggiungo al piccolo elenco di sopra, questi due siti – uno archiviato tra i miei appunti di circa un anno e mezzo fa, l’altro scoperto grazie a Wikipedia: FaiNotizia, il giornalismo partecipativo visto da Radio Radicale, e VivoCaserta, blog collettivo nato dall’ass.ne LiberaMente. Tra quelli stranieri, oltre ai succitati, ho invece scoperto grazie a Zambardino, Obiwi, esempio ugualmente interessante.

    Quello su cui rifletto è – come da mio secondo post – la forma che questo tipo di giornalismo dal basso sta prendendo, cioè, sulla falsariga dei motori di ricerca e delle enciclopedie à la Mahalo e Citizendium, una forma ibrida di contenuti dal basso + regia redazionale, e i media attraverso cui si esprime la partecipazione – cioè testo vs. video (mi sembra che l’audio bottom-up sia circoscritto a esperienze come Pandora o Last relative alla creazione di playlist musicali e non giornalistiche).

    E’ anche evidente però che fenomeni (nel senso di strabiliante) come Wikipedia siano da considerare secondo me in una luce mediamente positiva. E lì filtro editoriale non c’è – anche se vi sono regole di pubblicazione anche abbastanza rigide e un tipo di democrazia a volte molto dura contro i pericoli di hype, buzz et similia.

    Grazie cmq delle segnalazioni. Il numero di FirstMonday l’avevo letto, quello di Reset (non Report, credo) lo leggerò senz’altro.

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