Archive for the ‘Open Source’ Category

Cittadinanza digitale dal punto di vista di Scuola3D

12 luglio 2008

Al seminario di Scuola3D sulla cittadinanza digitale (le foto su Flickr). Gino Roncaglia ci ha parlato ieri da Boston attraverso un interessantissimo filmato sui contenuti didattici aperti: tra learning objects e open courseware, con un focus su questi ultimi.

Marco Caresia, coordinatore dei corsi sul Software Libero presso il Centro di Formazione Professionale CTS Einaudi di Bolzano, nonché  socio fondatore del progetto PLIO, con slide sui suoi lavori (e distribuzione in presenza di CD di FUSS – distro Linux apposita per le scuole di BZ – e Open Office). Il mio intervento conclude il pomeriggio, con dibattito degli educatori presenti sulla complessità e il multitasking per me particolarmente significativo, poiché quello della scuola è un ambiente che mi è (ormai) piuttosto estraneo. Qui un gentile resoconto di una collega presente.

Sono stati formati gruppi di lavoro, il mio sulla documentazione e le interfacce di ricerca in cui abbiamo riflettuto con tre colleghi formatori sugli archivi che raccolgono la documentazione – sia universitaria-scientifica (BOA) sia scolastico-didattica (Gold). Un abbozzo in divenire dei lavori.

Oggi comincia Mario Rotta e con il pc su un tavolo piuttosto che sulle gambe posso prendere appunti decentemente ;) Un po’ di instant blogging in presa diretta dall’intervento di Mario (queste le slide):

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Mario Rotta, Dicotomie come motore di pensiero: sulle contraddizioni del Web 2.0

Quali sono gli scenari dell’innovazione?

Complessità è un cosa all’interno del quale posso individuare dei percorsi, non procede semplicemente per accumulo; vanno capite le contraddizioni e gli scenari che ci costringono a riflettere per sopravvivere.

The magic number seven (Miller, 1954)

Sette dicotomie/contraddizioni, proposte non perché le si debba risolvere, ma perché se ne riconosca la ricchezza, poste in chiave fenomenologica:

1) immediatezza/ipermediazione (J. Bolter)

concetto di remediation = come i vari media entrano in conflitto tra loro e ciascuno mutua dall’altro parti di linguaggio costringendo l’altro medium a riposizionarsi, a ri-mediarsi. I media procedono verso la ricerca di una sempre maggiore immediatezza e verso un accumulo di linguaggi (-> ipermediazione); per Bolter la realtà virtuale è un esempio di questa dicotomia tra immediatezza e ipermediazione; saremo sempre più stretti tra il bisogno di essere trasparenti e la tendenza a una deriva ipermediata, all’accumulare linguaggi. Il web semantico sarà la soluzione del problema di Bolt

2) integrazione VS specializzazione

L’integrazione è intesa in genere come integrazione di strumenti (v. cellulari) però contemporaneamente questa integrazione ci mette davanti a un bisogno forte di specializzazione. A volte la deriva verso l’integrazione è critica e al contempo si scontra col bisogno di specializzazione. I blog o i wiki sono una risposta alla mancata risoluzione di questa dicotomia, sono un po’ oggetti integrati e un po’ oggetti specializzati.

3) personalizzazione/standardizzazione

I sistemi complessi si configurano in nome della personalizzazione ma basandoli sulla stadardizzazione

4) consistenza/vacuità

Yahoo! Answers è un’applicazione del concetto di consistenza ma con una tendenza di deriva alla vacuità

5) socializzazione/autoreferenzialità

Vedi dialettica nei blog e nei social network tra l’emergere dell’individualità, del twittering indistinto e la comunitarizzazione della conoscenza

6) ubiquità/contestualizzazione

La Rete in sé ha dei presupposti per l’ubiquità e contemporaneamente ci porta verso una contestualizzazione, una localizzazione iper-specifica. Il termine glocal vorrebbe esprimere questa dicotomia (in realtà va vista come una potenzialità doppia).

Google Earth e Maps sono killer apps con cui gli educatori dovranno fare i conti.

7) liquidità/solidità

La Rete oggi è sempre più liquida e sempre più solida contemporaneamente: i tag ne sono un simbolo: sono una modalità per rappresentare l’informazione allo stesso tempo liquida e solida.

La Rete tenderà sempre più ad essere liquida e tenderà a formare dei gorghi; qualcosa si solidificherà e noi praticheremo questa doppia attività: cercare di nuotare nella corrente continua e aggrapparci all’iceberg che stiamo cercando.

Partendo da questo scenario si può lavorare su ipotesi di articolazione degli ambienti di apprendimento che vadano oltre il dibattito sul c.d. Web 2.0: L3 (Life Long Learning). Mettere gli studenti al centro dell’ambiente di apprendimento e questo ambiente è arredato per risolvere i problemi e soddisfare i bisogni educativi degli utenti. Gli approcci che convivono sono: formale, informale, non formale. Andare oltre il concetto di piattaforma verso quello di mashup, di ambiente dinamico. Ambienti integrati di apprendimento personale. Però la rivoluzione copernicana deve puntare ed essere realizzata dalle persone, non dalla piattaforma (e dalla piattaforma della piattaforma etc.). Qualcuno che sappia fare una mediazione educativa efficace.

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Giorgio Jannis (anche su Nuovi Abitanti) Cultura tecnoterritoriale e abitanza biodigitale

Concetto Fondamentale: abitare un territorio.

Abitiamo territori biodigitali (non solo i Millensials); siamo tutti persone biodigitali, siamo fatti di libri, di nuclei di conoscenze. La media education avrebbe dovuto partire negli anni ’50 per educare alla televisione. Comprendere i giochi di codice. Come racconto questa cosa determina ciò che la cosa è. La tecnologia è rimasta ancella della cultura scientifica benché abbia avuto nella storia dell’umanità un’epistemologia ben precisa. Evoluzione dall’induzione all’abduzione nella scienza -> What if /If then nelle istruzioni informatiche. La tecnologia scommette sue due cose: agire concretamente nel futuro (cosa che le culture umanistica e scientifica non fanno) e manipolare l’ambiente – la qualcosa ci ha permesso di diventare uomini tecnologici: noi siamo scimmie aggiunte, cioè con protesi. Tutto ciò in cui viviamo è costruito (curato, tenuto in vita etc.) – neppure i boschi in cui siamo immersi sono naturali, ma vengono puliti e curati. Il prosciutto di San Daniele è un oggetto tecnologico. Tutto ciò che ci circonda è oggetto tecnologico. Il più grande oggetto tecnologico realizzato dall’uomo è il paesaggio: trasformazione e distribuzione applicate ai tre elementi: materia, energia e distribuzione. L’informazione è la ricetta.

Poche persone sono in grado di pensare in orizzontale (un po’ la differenza tra Microsoft e Google). Pensare in termini di servizi e non prodotti; flussi, processi invece che oggetti.

Guardare ai computer come a oggetti connessi. Chi ha cominciato a fare informatica negli anni ’80, con il codice, è rimasto imprigionato in questa visione del computer come oggetto non connesso.

Provare a guardare al proprio territorio come biodigitale, come a un nodo della rete.

Doppia abitanza, abitare in biodigitale; nel Web ognuno ha il suo stile di abitanza: residenziale o nomadico. L’importanza della lateralità del pensiero, in grado di risolvere i problemi più del pensiero ossessionato dalla sequenzialità accumulativa.

Leggere il territorio come testo, ipertesto, communiy, reti, flusso. E scrivere il territorio.

Quanti gradi di separazione vi sono tra il rubinetto di casa mia e l’ufficio del Rettore all’università?

Siamo prigionieri della visione del computer come iper-tecnologico. Il problema è spezzare il panico iniziale davanti all’oggetto, al cambiamento delle abitudini.

Sterling, La forma del futuro: fondamentale la riutilizzabilità dei processi di progettazione.

Dal benessere al ben-stare. Quando una collettività di un territorio è in grado di percepirlo come tecnologicamente fondato, si pone eticamente rispetto al proprio abitare, produce il senso del proprio essere se stessa raccontandolo nel territorio. Se arrivo a capire che l’ambiente è costruito ne sono responsabile.

Urbanistica per gli spazi sociali on-line.

Metafora delle folksonomy: in un cortile ventoso in autunno le foglie sanno bene dove radunarsi. Gli aggregati di conoscenze emergeranno, non progettabili scientemente ma emergeranno. La funzione thumbs up/down è importantissima perché rappresenta la nostra posizione etica di fronte a ciò che noi stessi costruiamo online.

Non esistono più città, ma borghi digitali, perché siamo connessi. Urbanistica degli spazi sociali online. Non bisogna progettare i contenuti sociali che andranno un domani sul territorio ma in contenitori dentro cui le cose che faremo assumeranno senso. Pordenone per prima in Italia sta facendo una e-Democracy seria con l’accesso al wi-fi gratuito. Garantire spazi di discussione pubblica. Quei luoghi della città connotati dall’essere connettivi diventano le interfacce della città per accedere ai contenuti, porte magiche verso l’informazione. Do rappresentatività visiva, figurativa ai luoghi della città, è un luogo in cui io abito molti altri luoghi, non territorialmente connotati. La cultura tecnologica subito diventa cultura tecno-territoriale perché parla del nostro abitare i territori. Google Earth è fondamentale per l’educazione.

Olistico vuol dire che il tutto è più della somma delle parti. In una scuola vanno garantite le condizioni concrete: tutte le classi devono essere cablate. Il 50% del Pil europeo dipende dalle reti telematiche: bisogna muovere le informazioni, non le persone! (certo, ci si incontra, l’informazione è sempre blended)

Allestimento corale di un’identità.

Nei suoi corsi Giorgio approccia gli insegnanti così dicendo: io non sto formando insegnanti, sto formando persone. Voi dovete comunque abitare la Rete, altrimenti non siete nel posto giusto per raccontare cose belle.

Open Culture: la conversazione è cominciata

17 maggio 2008

E’ difficile farvi un resoconto sequenziale e razionale dell’evento cui ho partecipato oggi: Sci(Bzaar)Net. Ho bisogno di fermare qualche idea in un post ma posso farlo solo seguendo il filo delle sedimentazioni cognitive random che le suggestioni hanno provocato nel mio (retro)pensiero. Ho anticipato qualche giorno fa che Sci(Bzaar)Net è un evento a metà tra tante cose come il barcamp, il Webday e la riunione di lavoro di un gruppo molto affiatato.

Ho ascoltato delle persone intelligenti, preparate, disponibili al confronto e ansiose di interagire. Creativi, ricercatori universitari, giornalisti, imprenditori, appassionati. Quasi tutti blogger – gente che studia, si incuriosisce, si mette in gioco, accetta le sfide, produce pensiero laterale, cross-disciplinare, creativo. Pensiero che, condiviso, agisce da catalizzatore, fertilizzante e trigger. E quasi tutti, all’inizio, ci dicevamo: sono un pesce fuor d’acqua. E a forza di dirlo abbiamo capito che finalmente, così tanti pesci fuor d’acqua tutti insieme, eravamo nell’acqua! Nella nostra acqua. In quell’acqua dove contano le idee e non le specializzazioni, le gabbie professionali o i corsi di studi. Dove si pensa, si scrive, si lavora senza badare ai confini, anzi, cercando il punto di infrazione, le interzone, con un’attitudine liminale che si è rivelata essere la cifra non solo professionale ma esistenziale di molti di noi.

E infatti mi è difficile produrre frasi dotate di senso perché sono imbevuta di idee e ho bisogno di tempo per sbrogliare la matassa e leggere tutto ciò che devo leggere e approfondire e riflettere (e surfare, certo). Subito dopo gli interventi ci sono state le domande, e alla fine un’ora di brainstorming. Rielaborazione, dialettica, dibattito. Ci sono stati critiche, dubbi, provocazioni. E zero evangelizzazioni. In spregio della logica oppositiva, delle semplificazioni e di quella superficialità che vede nel Web 2.0 e nell’innovazione tecnologica mode prive di spessore.

Potete leggere gli abstract degli interventi sul sito di Sci(Bzaar)Net e credo molti depositeranno le slide su SlideShare (anche le mie, a brevissimo, con foto su Flickr). Intanto la motivazione che ha dato luogo alla scelta di questo format, invece che del barcamp: ormai in questi ultimi prevale piuttosto la voglia di stare insieme, di socializzare, invece che quella di condividere contenuti (Gian). E adesso qualche flash dalle presentazioni.

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Impatto della Rete sulla produzione scientifica e sul mondo accademico. No ai confini disciplinari. Differenza (divaricazione? opposizione? convergenza?) tra disseminazione e divulgazione (ma divulgazione è un termine superato, frusto, meglio condivisione dei saperi). La divulgazione non è semplificazione ma unione di due eccellenze: la specializzazione e la capacità di parlarne in maniera chiara e coinvolgente. Volgarizzazione (nell’accezione etimologica di vulgus, popolo) ed esemplificazione per portare la scienza ai profani, per assorbire il loro punto di vista, per farsene contaminare (vedi blogger tematici). Cambiare la percezione della tecnologia, imparare a narrarla. E prestare attenzione ai mezzi con cui comunichiamo: i media possono cambiare la comunicazione, creare muri tra i parlanti. Ma contaminare anche i ricercatori di differenti discipline, oltre che i contenuti delle stesse. Far emergere le anomalie, la crisi. Far sedere l’Accademia al tavolo dei tecnologi.

L’Open Culture parte dalla tecnologia, dall’open source, e dilaga in tutti i settori della società, per esempio nell’Open Welfare: partendo dall’informatica si arriva all’innovazione sociale. Modalità di sviluppo diverse tra Windows e Linux rispecchiano modalità di programmazione culturale, sociale e politica: top-down versus bottom-up. Portare l’open source nei processi di costruzione delle comunità. Open Science, Open Society, Open Systems: l’auto-riflessione come cifra dell’affrancamento dalla schiavitù culturale e affermazione della potenzialità della tecnologia.

Problemi del ricercatore: poco tempo, spesso comunque speso più nel fare il manager che nel fare ricerca: yet another social network? perché? a cosa mi serve? a quale scopo? I social network e gli altri strumenti 2.0 devono servire, cioè essere immeditamente spendibili, oppure sono utili in sé? In altre parole: pubblicare su un blog dev’essere riconosciuto come attività scientifica nella valutazione dei curriculum oppure deve restare solo una modalità per tessere relazioni, fare rete, allargare le proprie conoscenze?

La questione della valutazione emerge in molti interventi: va certificata? Basta la certificazione accademica (Impact Factor e simili)? Oppure è necessario un ripensamento bottom-up, sociale, condiviso dei meccanismi di accreditamento dei ricercatori? E se cambiamento dev’essere, abbiamo bisogno di cristallizzarlo in altre convenzioni? Ci sono già modalità sociali di pubblicazione online accreditate: Researchblogging, OpenWetWare, UsefulChem, soft peer review, e in una parola Science 2.0.

Ha senso parlare di innovare il mondo accademico se tra noi non c’è nemmeno un professore o perfino un rettore? (Phauly dice che offre un viaggio premio di due giorni a Trento al primo che convince un rettore italiano ad aprire un blog ;-) Ma purtroppo finora non abbiamo avuto un Rentier tra noi!)

E, ferma restando l’urgenza di passare a modalità di pubblicazione aperte (Open Access), l’università non dovrebbe acquisire una mentalità più pragmatica e perseguire il profitto economico, proprio per potersi svincolare dai lacci dello statalismo assistenziale che eroga fondi ma in maniera discontinua e non sempre trasparente? Qual è il bisogno di fondo della comunità scientifica oggi? E qual è la visione per conseguire l’innovazione: modello bottom-up o top-down?

Certamente l’Accademia ha bisogno di cambiare, stare al passo con le tecnologie: un esempio dell’arretratezza è dato dal fatto che oggi non ci si può laureare se non producendo una tesi scritta – ciò che elimina o banalizza tutte quelle produzioni multimediali che vanno dagli ipertesti alle realtà virtuali, che non trovano riconoscimento.

Cambiamento culturale virale, progettualità innovativa. Seguire l’esempio della Chiesa Cattolica, che duemila anni fa ha invetato il word of mouth e il vero buzz, quello che aveva come target (da convertire, in quel caso) personaggi importanti, perché i personaggi importanti sono i più seguiti e imitati dalla gente. Partire nel mondo dei libri con il book-trailer, forma di pubblicità culturale pervasiva. Hacking positivo della conoscenza e dei processi produttivi: lavorare collaborativamente, collavorare. Nuovo paradigma che scalza lo scienziato solitario chiuso nella torre d’avorio: il Leonardo emergente, processi di creazione della conoscenza sociali, che coinvolgono nodi provenienti da ambiti disciplinari anche molto diversi tra loro.

La ricchezza è nella contaminazione

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E dopo gli interventi (inframmezzati da piacevoli pause al bellissimo caffè della Scuola Politecnica di Design) il brainstorming – che sarà pubblicato a breve, grazie a Folletto e ai suoi appunti in presa diretta.

Capite perché è stato così interessante? Idee e domande: questo è stato Sci(Bzaar)Net. C’è davvero da ringraziare Gian e gli altri organizzatori e gli sponsor (il direttore editoriale di Apogeo si è manifestato come un sogno con un bel carico di libri fighissimi in regalo per i partecipanti!).

Concludo con l’immagine spettacolare del timer. Il tempo previsto per ogni intervento era di dieci minuti: non era facile starci dentro e d’altronde, quando sei nel pieno della foga oratoria, anche i peggiori gestacci degli organizzatori spesso non servono a farti stringere e arrivare alla conclusione in tempi brevi. E così Gian e soci si sono inventati il timer umano: di fronte ai relatori era proiettata l’immagine di un grazioso giovanotto con un orologio da taschino in mano. Dei pallini rossi sulla sua testa scandivano i minuti e, all’approssimarsi del decimo, il timer umano cominciava a farsi sempre più nervoso (mimica facciale, gesti), fino a che, superato il tempo, impazziva letteralmente, diventando una fonte di distrazione tale che al povero relatore non restava che chiudere immediatamente la presentazione pur di sottrarsi a quella tortura ;-)

ADDENDUM – 25/05/2008: Sul sito di Sci(Bzaar)Net è disponibile il video della presentazione.

P.S. mi scuso con i lettori che nelle ultime due settimane hanno postato commenti senza ricevere risposta: sono stata davvero presa, ma rimedierò al più presto! intanto grazie per la pazienza :-)

Open data, Web semantico e Science 2.0

2 maggio 2008

Studio il Web semantico (grazie a certi certi blogger fucine di idee e fornitori di account), organizzo il filo per Sci(bzaar)Net e butto giù due appunti, giusto per riordinare le idee, ma ci ritornerò. Quello che segue continua idealmente il discorso sui dati aperti e il Web semantico (strettamente intrecciati) avviato qualche post fa – in attesa di scrivere qualcosa di decente in particolare su Web semantico e biblioteche.

Qualche tempo fa Richard Poynder ha intervistato lo scienziato Peter Murray-Rust sugli Open Data, e sulle differenze, le convergenze e le sovrapposizioni tra questi e l’open access. Open Data incrocia però soprattutto Linked Data, e così Web semantico, licenze, rappresentazione delle informazioni con Rdf, dati leggibili dalle macchine più che dagli esseri umani e Science 2.0:

… an online interactive environment where a great deal of the information used is more likely to have been discovered, aggregated and distributed by software and machines than it is by humans

Interessante e tangente il progetto di Open Notebook Science dell’apertura ed esposizione dei dati scientifici (chimici in questo caso) e dei risultati (anche fallimentari) di laboratorio. La cosa significativa è che la questione si riallaccia da un lato all’apertura ai dati e dall’altro alla questione del Web semantico, che gli scienziati promotori del progetto Open Data, vedono possibile (giustamente) solo grazie alla apertura, gratuità e possibilità di riutilizzo dei dati (ciò che può essere garantito appunto non dalla sola gratuità ma da particolari condizioni poste sulla proprietà dei dati). Circolarità, loop virtuoso.

Dai dati chimici ai mashup creati sulla base di dati prodotti ai feed aggregati, la parola chiave è Mine the data.

L’Open Access implica letteratura accademica digitale, online, gratuita, e libera dalle restrizioni del copyright e delle licenze. E questo, dice Murray-Rust, è esattamente ciò che è necessario per costruire il semantic Web. [dall’intervista, pag. 1]

Altro elemento che aggiungo a quelli elencati finora è la politica opaca che spesso ha accompagnato i tentativi subdoli da parte di alcuni editori di applicare limitazioni di copyright sui dati, che dovrebbero invece essere sprotetti. Dunque Murray-Rust, già paladino dell’OA si è convertito alla difesa dell’OD con una motivazione molto chiara:

For where the Open Access movement is concerned only with ensuring that scholarly papers are human readable, the Open Data movement requires that they are also machine readable. And since Open Data implies reuse, it is vital that licences are provided that specifically permit this. [sempre dal post di Poynder-Murray Rust]

E concludo guardando alla questione open data (perfino) dal punto di vista dei peer reviewers, che, in uno studio recente affermano che nel loro processo di revisione degli articoli da pubblicare sulle riviste, avrebbero bisogno di accedere ai dati, ai risultati e alle procedure degli esperimenti, anche ai raw data.

A majority of reviewers and editors also said would be desirable to be able to review authors’ data as part of peer rereview.

Soggetti attivi nella Rete parlano di Open Culture

28 aprile 2008

SciBzaarNet

Divulgazione scientifica – Produzione di conoscenza – Open culture

sono i tre temi al centro di Sci(Bzaar)Net, un evento a metà tra il barcamp, il Webday, il workshop e la lezione universitaria che Gianadrea Giacoma ha organizzato a Milano, presso il Politecnico, il prossimo 17 maggio, con l’obiettivo di “… proporre stimoli costruttivi dal basso, nel contesto italiano della rete, al fine di sfruttare in modo più utile e valido internet per la produzione, gestione e divulgazione di conoscenza scientifica e l’inevitabile entrata del mondo accademico nella Società della Conoscenza.”

Gli interventi saranno centrati su tutto ciò che è cultura aperta – dall’open democracy all’open source, passando per l’accesso libero alla conoscenza, i social network, la collaborazione e la partecipazione come valori aggiunti del Web 2.0. Insomma… tutto ciò che io e – credo – i lettori di questo blog amiamo :-)

Ho la fortuna di essere tra i partecipanti – il mio intervento verterà sull’Open Access dei prodotti della ricerca come unica modalità per far crescere la produzione scientifica e non soffocarla con dinamiche commerciali che le sono fondamentalmente estranee. Spero di vedere qualcuno di voi: ci sono ancora posizioni aperte per partecipare… Per tutti gli altri, prometto un dettagliato resoconto.