I social network e l’evoluzione del Web

Quanti di voi hanno un account su Facebook? E quanti lo accostano agli altri profili attivati su MySpace, NetLog e LinkedIn? Vedo molte manine alzate ;-) Sicuramente i social network, quelle reti dove si fa amicizia, ci si incontra, si chiacchiera, si trova un lavoro o semplicemente ci si diverte, sono andate esplodendo negli ultimi due anni come una forza della natura (una forza 2.0 naturalmente ;-) )

Ma cos’è esattamente un social network? E quali tipologie si vanno affermando? Beh, di risposta non ce n’è una sola ma sicuramente su Pc Professionale di questo mese (luglio) trovate un articolo con qualche tentativo di sistematizzazione ed esplorazione di questo variegato mondo (incluso il focus su alcuni chiaroscuri come le questioni relative alla privacy o alla proprietà sui dati). Naturalmente aspetto recensioni :-)

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16 Risposte to “I social network e l’evoluzione del Web”

  1. Matteo Romanello Says:

    PIù che a creare nuove amicizie, credo che i Social Networks servano piuttosto a rendere esplicite e manifeste le relazioni tra le persone esistenti nel mondo reale. Poi, perché no?, possono servire anche per trovare nuovi amici che non necessariamente si devono essere conosciuti nel mondo reale..

    Questa è la vera peculiarità, a mio giudizio, della socialità virtuale realizzata nei Social Networks, il fatto cioé che i legami tra le persone possano essere evidenti, computabili per una macchina, ‘percorribili’ da altri utenti

  2. Fabio Metitieri Says:

    Ma Web 2.0 de che???

    Le reti sociali, con la teoria dei sei gradi di separazione, sono esplose nel 2003, mentre l’invenzione tutta a tavolino del termine Web 2.0 e’ del 2004.

    Un po’ di memoria storica via… Ho gia’ scritto degli articoli dove dico che le ideologie del blogh e del Web 2.0 sono negazioniste e vorrebbero concellare tutto cio’ che esisteva prima di loro, ma non esagerate, via. O tra poco ci racconterete che anche la posta elettronica e’ 2.0 e magari anche che la ha inventata O’Reilly?

    Ciao, Fabio.

  3. bonaria Says:

    “forza 2.0” era un modo (evidentemente ironico, come testimoniato da faccina sorridente) per dire “in pieno stile 2.0” cioè (fin troppo) collaborativo e sociale, non andava a mettere il paletto di nessuna primazia (i sei gradi di separazione sono esplosi molto prima del 2003, se è per questo).

    Poi, che tu abbia già scritto di tutto ciò anni luce fa, ormai lo sappiamo. Magari se leggi prima l’articolo e poi commenti, ci capiamo meglio…

  4. bonaria Says:

    @Matteo: sì, la riproduzione online dei legami reali è un’ottica con cui guardare ai social network. Sicuramente in alcune piattaforme prevale questa inclinazione (v. Facebook).

    In altre invece è predominante la socializzazione con utenti sconosciuti (v. My Space). E’ interessante proprio vedere l’articolazione delle varie tipologie, ed è quello che ho cercato di fare nell’articolo. Disegnare una sorta di griglia interpretativa (per quanto provvisoria e opinabile) per guardare alle reti sociali come fenomeno non solo tecnologico, ma primariamente sociale, culturale, economico etc.

  5. Pierre Piccotti Says:

    Una recente sperimentazione, ancora tutta da esplorare.
    E’ stato creato su FaceBook il gruppo “Biblioteche dell’università Iuav di Venezia”. Una studentessa compiacente ha fatto girare la voce.
    Una entità virtuale (atrocemente conosciuta dagli utenti delle biblioteche Iuav, in quanto è il server che invia le mail di sollecito per i ritardi: Sally) sta inserendo qualche notizia in modo ironico. Risponde anche puntualmente a domande poste dagli utenti.
    Dopo le ferie il lancio in grande scale, ovvero pubblicità sul Web e notizia su tutte le mail di comunicazione verso gli utenti.
    L’obiettivo e’ sperimentare se si riesce ad attivare un livello di iterazione con gli utenti meno formale.
    Credo che l’utilizzo di community per il feed-back delle proprie offerte (quali che siano) non è una novità. Proviamo.

    Saluti da Sally e Pierre

  6. Fabio Metitieri Says:

    No, Bonaria, la prima vera e propria rete sociale e’ stata lanciata nel 2001, ma e’ fallita subito.

    Il 2003 (e non due anni fa) e’ stato l’anno in cui il fenomeno e’ esploso, con da un lato la crescita degli utenti e dall’altro la raccolta di ingenti finanziamenti da parte del venture capital. La notizia che aveva fatto scalpore, il rifiuto di Friendster di essere acquisito da Google per 30 milioni di dollari, è appunto del 2003. E ancora nel 2003 Linkedin aveva ricevuto quei grossi finanziamenti che gli avevano permesso di decollare e di superare il milione di utenti.

    Me ne ricordo molto bene perche’ avevo scritto un lungo servizio verso la fine dell’anno, uscito poi a gennaio 2004 su Internet News (e non e’ colpa mia, se ho gia’ scritto di tutto e secoli prima di voi, e se ho ancora buona memoria su tutto; porta pazienza…)

    Quanto ai sei gradi, a parte il film (bruttino) del 1993, il libro e le ricerche di Watts che avevano rilanciato queste teorie sono del 2003. Anche il lavoro di Barabasi (che e’ una cosa un po’ diversa) e’ del 2002. Non “molto prima”, quindi, ma proprio tutto in quegli anni, direi tra la fine del 2002 e l’inizio del 2004. Il 2003, insomma…
    ;-)

    E mi spiace, ma Pc Professionale non lo compero, per cui non leggero’ il tuo pezzo.

    Piu’ in generale, capisco benissimo che la tua sul Web 2.0 fosse una battuta, ma, chissa’ come mai, in certi ambienti quando si parla di determinati argomenti il richiamo e’ sempre alla storia piu’ recente, con il 2.0, appunto, e non si risale mai alle origini dei fenomeni, come se il periodo pre-blog e pre-2.0 non esistesse. E, soprattutto, come se il Web 2.0 esistesse sul serio, o come se questo termine significasse veramente qualcosa.

    Ciao, Fabio.

  7. Aresio Says:

    secondo me il termine “web2” significa assolutamente qualcosa. è un insieme di caratteristiche, o meglio tendenze, comuni alle ultime generazioni di portali e servizi online: il baricentro si è spostato da qualche anno dalla fruizione passiva all’interazione attiva.

    io mi ricordo bene del “prima”, la mia email su yahoo è del 1994. Il cambio è copernicano. da Geocities a Facebook qualche differenza nella finalità si nota.

    Che poi con “web 2.0” si cataloghi anche altro (dalle iconette lucide ai javascript asincroni, ecc) è un altro conto.

    Che io sappia la teoria dei sei gradi ha decine d’anni. Wikipedia dice perfino che risale agli anni ’30. Di sicuro prima del 2003, perché i Dream Theater hanno parafrasato il “concetto” per il loro sesto disco :D

  8. Fabio Metitieri Says:

    Aresio, non fare il saputello con me, che caschi male.

    Io il cambio copernicano da Geocities (o da Tripod, se preferisci) a Facebook non lo vedo. E soprattutto non lo vedo in MySpace.

    Detto questo, a parte antecedenti tirati per i capelli da Wikipedia, la teoria dei sei gradi propriamente detta e’ del 1967, ma la sua ripresa cosi’ come la conosciamo oggi e cosi’ come era stata sbandierata dai social network e’ quella di Watts, pubblicata nel 1998, come articolo pressoche’ ignorato, e come libro nel 2002, con un successo che e’ stato dovuto proprio alla contemporanea esplosione dei social network.

    Del resto, se tu leggessi, prima di fare lo spiritoso a vanvera… mi pare di aver gia’ parlato qui di un film del 1993, no?

    Ciao, Fabio.

  9. Virginia Gentilini Says:

    Bonaria, ho cominciato a leggere l’articolo solo adesso ma mi sto già molto divertendo! quindi grazie :-)

  10. Susanna Giaccai Says:

    Ormai avanti negli anni facciofatica a prendere possesso di tutte le potenzialità di questi strumenti. Devo dire che quando ho iniziato a girare su Internet (1993) la sua logica e le sue potenzialità mi si sono evidenziate subito.

    Adesso vedo incrociarsi piani tra loro molto diversi:
    1) il livello della socialità che in quanto tale ha la sua totale autonomia e segue i filoni che gli utenti sono interessati a seguire.
    2) il livello di organizzazione dell’informazione e qui si assiste ai migliori risultati, mi pare.
    su tutto fanno da sfondo più o meno invadente gli interessi commerciali.
    Saluti Susanna Giaccai

    Ma la questione dal mio punto di vista è riuscire ad capire quali sono gli strumenti che possono migliorare il servizio delle biblioteche. Sono quindi curiosa di vedere lo sperimento citato da Pierre Piccotti della IUAV. La cosa interessante mi pare sia che l’interesse e le risorse umane sono quelle degli studenti alle quali il bibliotecario si affianca per coglierne gli spunti per dare servizio.

  11. Virginia Gentilini Says:

    Ciao Susanna, non sono sicura che possiamo tenere il livello della socialità completamente distinto da quello dell’organizzazione dell’informazione. Certo si socializza per fare amicizia, passare il tempo, ecc. (come si può fare portando il cane ai giardini!). Ma la sfida di questi strumenti sta forse nel fatto che, attraverso la socializzazione, il livello potenziale dell’apprendimento si innalza di molto (ad es. siamo qui a parlare…), il che tocca direttamente il nostro lavoro. Oppure no?

  12. Susanna Giaccai Says:

    Ciao Virginia
    non intendevo dire teniamo separati il livello della socialià da quello dell’organizzazione dell’informazione, Ma che in certi contesti quello della socialità è totalmente prevalente. Agli inizi dei blog mi stupiva la voglia delle persone di mettere in piazza i propri fatti; poteva essere sintomo di egocentrismo sfrenato o da grande solitudine. Ora abbiamo appunto lo stesso media (blog) che trasporta elevali livello professionali e il racconto di una passeggiata con il cane. Il primo fatto mi è utile il secondo fatto (del tutto legittimo) ma non mi è utile. Il problema è districarsi tra tutti questi testi (tra tutte queste persone) e scegliere quello che interessa in quel momento.
    Altro problema è per me quello di utilizzare con agilità i vari social SW per trarne il meglio in meno tempo possibile. E’ una bella sudata; spesso abbandono e torno alla carte (ho la Biblioteca beni librari a 20 metri), Ma dalla carta più sono riportata ad un URL. E così avanti.

  13. bonaria Says:

    Cari tutti, scusate il silenzio ma sono stata coinvolta negli ultimi tempi in una serie di vicende professionali e personali che hanno ingaggiato con il blog una lotta (vincente) per il predominio sul mio tempo ;)

    Mi fa molto piacere pero’ vedere come la conversazione vada proprio bene avanti anche senza di me… E questo e’ un bel risultato per un(a) blogger ;)

    I social network recenti, quelli alla Facebook per capirci, sono davvero tante cose insieme. Lo studio di Giacoma&Casali citato nell’articolo mi ha interessato molto proprio perché mette in luce la complessità teorica della progettazione di un s.n. L’aspetto informazionale, quello sociale, quello relazionale, quello culturale, quello politico, quello economico etc. si intrecciano a volte in maniera estrinseca ma a volte in maniera così inestricabile che è difficile analizzare questo mix composito di elementi senza ricorrere a una solida griglia teorica.

    Perché frequento i s.n.? Direi che le motivazioni di socializzare e imparare siano le principali. Però seguo
    molto anche i network politici e quelli che si creano intorno alle band o a eventi musicali. Direi però che, volendo fare un bilancio, il tempo del piacere prevale su quello del dovere. Diverso è il caso dei blog (o degli aggregatori di feed): in questo caso il tempo del piacere è ridotto a un 10% (ma forse è una stima ottimistica) perché leggo quasi solo blog di stampo professionale (sarà per questo che ho una così alta opinione dei blog :-P)?

    Il caso delle biblioteche nei s.n. mi interessa molto perché, per quella che è la mia esperienza finora, sarei portata a credere che sia difficile che si affermi nei s.n. ‘generalisti’ una presenza di tipo professionale non invadente e ben accolta dagli utenti. Insomma, perché una biblioteca va su un s.n.? Per pubblicizzare i suoi servizi come la biblioteca di Edmonton? Per creare un’applicazione che, come le Facebook app, metta a disposizione degli utenti-iscritti al s.n., OPAC, servizio di reference e chat on the fly o un’interfaccia di interrogazione per le banche dati?

    Mentre ho l’impressione che un tipo di advertising molto mirato come quello di Edmonton abbia buone possibilità di successo, non sono ugualmente sicura che un iscritto a Facebook abbia voglia – mentre naviga nel s.n. – di mettersi a cercare un libro nel catalogo della sua biblioteca o di chattare con il subject librarian… Le biblioteche che cercano contatti su Facebook o MySpace rischiano di essere viste come quegli adulti che vanno alle feste degli adolescenti vestiti con i pantaloni stracciati e l’orecchino al naso: insomma come presenze un po’ patetiche… Ma forse la mia è solo un’impressione. Dipende anche dal numero di utenti (su una base più ampia c’è la possibilità di raggiungere lo zoccolo duro degli utenti interessati e motivati)?

    E che dire in particolare delle biblioteche universitarie? L’unico tentativo che abbia fatto è stato quello di segnalare al gruppo degli iscritti alla Bicocca su Facebook delle iniziative della Biblioteca. Mi sembrerebbe eccessivo espormi con altre attività, almeno per il momento. Però credo anche che una biblioteca universitaria che registri migliaia di iscritti al proprio gruppo su Facebook possa avere buone opportunità di sperimentare modalità di contatto più ricche… Ma contatti di che tipo? Sempre restando alla Bicocca e a Facebook, il nostro Ufficio Stampa ha per esempio creato un evento per pubblicizzare il decennale (che si festeggia quest’anno). E le biblioteche civiche? Hanno forse meno possibilità (vista l’utenza più eterogenea e frammentaria) di coinvolgere gli utenti sulle reti sociali? Però, soprattutto su network come MySpace, di public library ce ne sono tante…

    Insomma, Pierre: aspettiamo con ansia tue (e di Sally) notizie: facci sapere come sta andando!

    @Virginia: l’hai poi finito l’articolo? Ha continuato a divertirti? ;)

    @Fabio: Chi è che fa il saputello qui??? Se leggessi senza pregiudizi i post (e gli articoli) altrui, ti accorgeresti che Aresio non voleva fare il saputello ma semplicemente esprimere un’opinione (ancorché
    diversa dalla tua). E non lo dico solo perché conosco Aresio come un appassionato delle cose del Web (oltre che validissimo professionista dell’informazione) ma perché è evidente semplicemente leggendo quello che ha scritto…

  14. Virginia Gentilini Says:

    Sì, certo, ho finito l’articolo e ho continuato a divertirmi! Tanto che vorrei provare ad usare Ning per una micro-piattaforma “family social” intestata a mio nipote!

    Scherzi a parte, anch’io credo che le biblioteche non possano semplicemente entrare bel belle nei s.n. generalisti, perché trasportare in quel contesto una cultura che è comunque di origine burocratica e incentrata sull’idea del controllo totale dei dati sarebbe incongruo.
    Si tratterebbe invece di fare propri alcuni principi generali di apertura e condivisione, per es. sugli opac e sui siti delle biblio stesse. Credo che per le biblioteche pubbliche ci siano delle potenzialità in questo senso, che cozzano però contro una cultura professionale che non sempre capisce la portata del discorso.
    Per chi fosse interessato segnalo come es. positivo ‘Come cambiano i servizi bibliotecari per ragazzi’ uscito quest’anno per la Bibliografica, che fin dall’introduzione segnala la necessità di andare oltre la tradizionale promozione alla lettura verso strumenti di partecipazione 2.0.

    Non so invece come tu faccia a trovare il tempo per partecipare a s.n. e, anche, leggere blog! ;-)
    Personalmente quei 10-20-30 blog che seguo già mi mettono alla prova, ma forse perché anche per me si tratta sempre di blog di stampo professionale. Hai letto Zero comments di Geert Lovink? E’ molto critico verso i blog ma, da come ne parla, viene da chiedersi: ma che blog legge???!

    Ciao, scusa le divagazioni…

  15. Fabio Metitieri Says:

    Quali blog legge Lovink??? A me viene da chiedere che blog leggete voi… Vero e’ che in campo biliotecario non mancano (alcuni) blog seri, ma per il settore Internet e informatica, soprattutto in lingua italiana, guardatevi intorno….

    Il piu’ popolare (sottolineo: come blog su Internet e tecnologia) e’ il blog di Mantellini, che tra la foto dei suoi boxer, dieci post sulla politica, una foto di sua figlia e la descrizione del whiskey da 50 euro alla bottiglia che beve lui, ogni tanto infila un commento che riguarda Internet (completamente sballato), che ruota, a turno, sempre sugli stessi tre o quattro argomenti: una settimana i blog, la settimana dopo il Wi Fi, la settimana dopo la neutralita’ della rete, e poi ricomincia dai blog.

    Ho letto un po’ delle cose che ha scritto Lovink dall’inizio del 2007 in poi (peraltro avevo letto anche le sue precedenti previsioni, di un futuro radioso per i blog) e devo dire che concordo in pieno. Anzi, mi sembrano persino troppo ragionevoli, quasi banali.

    Bonaria: si’, lo so che Aresio e’ il tuo tecnico informatico; va bene, lo lascio in pace e non lo mordo piu’…
    ;-)

    Ciao, Fabio.

  16. sara Says:

    Sperando vi siano graditi i miei complimenti, lascio un dovuto commento per attestare il mio apprezzamento per l’ottimo vostro progetto. Auguri!

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