Cittadinanza digitale dal punto di vista di Scuola3D

Al seminario di Scuola3D sulla cittadinanza digitale (le foto su Flickr). Gino Roncaglia ci ha parlato ieri da Boston attraverso un interessantissimo filmato sui contenuti didattici aperti: tra learning objects e open courseware, con un focus su questi ultimi.

Marco Caresia, coordinatore dei corsi sul Software Libero presso il Centro di Formazione Professionale CTS Einaudi di Bolzano, nonché  socio fondatore del progetto PLIO, con slide sui suoi lavori (e distribuzione in presenza di CD di FUSS – distro Linux apposita per le scuole di BZ – e Open Office). Il mio intervento conclude il pomeriggio, con dibattito degli educatori presenti sulla complessità e il multitasking per me particolarmente significativo, poiché quello della scuola è un ambiente che mi è (ormai) piuttosto estraneo. Qui un gentile resoconto di una collega presente.

Sono stati formati gruppi di lavoro, il mio sulla documentazione e le interfacce di ricerca in cui abbiamo riflettuto con tre colleghi formatori sugli archivi che raccolgono la documentazione – sia universitaria-scientifica (BOA) sia scolastico-didattica (Gold). Un abbozzo in divenire dei lavori.

Oggi comincia Mario Rotta e con il pc su un tavolo piuttosto che sulle gambe posso prendere appunti decentemente ;) Un po’ di instant blogging in presa diretta dall’intervento di Mario (queste le slide):

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Mario Rotta, Dicotomie come motore di pensiero: sulle contraddizioni del Web 2.0

Quali sono gli scenari dell’innovazione?

Complessità è un cosa all’interno del quale posso individuare dei percorsi, non procede semplicemente per accumulo; vanno capite le contraddizioni e gli scenari che ci costringono a riflettere per sopravvivere.

The magic number seven (Miller, 1954)

Sette dicotomie/contraddizioni, proposte non perché le si debba risolvere, ma perché se ne riconosca la ricchezza, poste in chiave fenomenologica:

1) immediatezza/ipermediazione (J. Bolter)

concetto di remediation = come i vari media entrano in conflitto tra loro e ciascuno mutua dall’altro parti di linguaggio costringendo l’altro medium a riposizionarsi, a ri-mediarsi. I media procedono verso la ricerca di una sempre maggiore immediatezza e verso un accumulo di linguaggi (-> ipermediazione); per Bolter la realtà virtuale è un esempio di questa dicotomia tra immediatezza e ipermediazione; saremo sempre più stretti tra il bisogno di essere trasparenti e la tendenza a una deriva ipermediata, all’accumulare linguaggi. Il web semantico sarà la soluzione del problema di Bolt

2) integrazione VS specializzazione

L’integrazione è intesa in genere come integrazione di strumenti (v. cellulari) però contemporaneamente questa integrazione ci mette davanti a un bisogno forte di specializzazione. A volte la deriva verso l’integrazione è critica e al contempo si scontra col bisogno di specializzazione. I blog o i wiki sono una risposta alla mancata risoluzione di questa dicotomia, sono un po’ oggetti integrati e un po’ oggetti specializzati.

3) personalizzazione/standardizzazione

I sistemi complessi si configurano in nome della personalizzazione ma basandoli sulla stadardizzazione

4) consistenza/vacuità

Yahoo! Answers è un’applicazione del concetto di consistenza ma con una tendenza di deriva alla vacuità

5) socializzazione/autoreferenzialità

Vedi dialettica nei blog e nei social network tra l’emergere dell’individualità, del twittering indistinto e la comunitarizzazione della conoscenza

6) ubiquità/contestualizzazione

La Rete in sé ha dei presupposti per l’ubiquità e contemporaneamente ci porta verso una contestualizzazione, una localizzazione iper-specifica. Il termine glocal vorrebbe esprimere questa dicotomia (in realtà va vista come una potenzialità doppia).

Google Earth e Maps sono killer apps con cui gli educatori dovranno fare i conti.

7) liquidità/solidità

La Rete oggi è sempre più liquida e sempre più solida contemporaneamente: i tag ne sono un simbolo: sono una modalità per rappresentare l’informazione allo stesso tempo liquida e solida.

La Rete tenderà sempre più ad essere liquida e tenderà a formare dei gorghi; qualcosa si solidificherà e noi praticheremo questa doppia attività: cercare di nuotare nella corrente continua e aggrapparci all’iceberg che stiamo cercando.

Partendo da questo scenario si può lavorare su ipotesi di articolazione degli ambienti di apprendimento che vadano oltre il dibattito sul c.d. Web 2.0: L3 (Life Long Learning). Mettere gli studenti al centro dell’ambiente di apprendimento e questo ambiente è arredato per risolvere i problemi e soddisfare i bisogni educativi degli utenti. Gli approcci che convivono sono: formale, informale, non formale. Andare oltre il concetto di piattaforma verso quello di mashup, di ambiente dinamico. Ambienti integrati di apprendimento personale. Però la rivoluzione copernicana deve puntare ed essere realizzata dalle persone, non dalla piattaforma (e dalla piattaforma della piattaforma etc.). Qualcuno che sappia fare una mediazione educativa efficace.

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Giorgio Jannis (anche su Nuovi Abitanti) Cultura tecnoterritoriale e abitanza biodigitale

Concetto Fondamentale: abitare un territorio.

Abitiamo territori biodigitali (non solo i Millensials); siamo tutti persone biodigitali, siamo fatti di libri, di nuclei di conoscenze. La media education avrebbe dovuto partire negli anni ’50 per educare alla televisione. Comprendere i giochi di codice. Come racconto questa cosa determina ciò che la cosa è. La tecnologia è rimasta ancella della cultura scientifica benché abbia avuto nella storia dell’umanità un’epistemologia ben precisa. Evoluzione dall’induzione all’abduzione nella scienza -> What if /If then nelle istruzioni informatiche. La tecnologia scommette sue due cose: agire concretamente nel futuro (cosa che le culture umanistica e scientifica non fanno) e manipolare l’ambiente – la qualcosa ci ha permesso di diventare uomini tecnologici: noi siamo scimmie aggiunte, cioè con protesi. Tutto ciò in cui viviamo è costruito (curato, tenuto in vita etc.) – neppure i boschi in cui siamo immersi sono naturali, ma vengono puliti e curati. Il prosciutto di San Daniele è un oggetto tecnologico. Tutto ciò che ci circonda è oggetto tecnologico. Il più grande oggetto tecnologico realizzato dall’uomo è il paesaggio: trasformazione e distribuzione applicate ai tre elementi: materia, energia e distribuzione. L’informazione è la ricetta.

Poche persone sono in grado di pensare in orizzontale (un po’ la differenza tra Microsoft e Google). Pensare in termini di servizi e non prodotti; flussi, processi invece che oggetti.

Guardare ai computer come a oggetti connessi. Chi ha cominciato a fare informatica negli anni ’80, con il codice, è rimasto imprigionato in questa visione del computer come oggetto non connesso.

Provare a guardare al proprio territorio come biodigitale, come a un nodo della rete.

Doppia abitanza, abitare in biodigitale; nel Web ognuno ha il suo stile di abitanza: residenziale o nomadico. L’importanza della lateralità del pensiero, in grado di risolvere i problemi più del pensiero ossessionato dalla sequenzialità accumulativa.

Leggere il territorio come testo, ipertesto, communiy, reti, flusso. E scrivere il territorio.

Quanti gradi di separazione vi sono tra il rubinetto di casa mia e l’ufficio del Rettore all’università?

Siamo prigionieri della visione del computer come iper-tecnologico. Il problema è spezzare il panico iniziale davanti all’oggetto, al cambiamento delle abitudini.

Sterling, La forma del futuro: fondamentale la riutilizzabilità dei processi di progettazione.

Dal benessere al ben-stare. Quando una collettività di un territorio è in grado di percepirlo come tecnologicamente fondato, si pone eticamente rispetto al proprio abitare, produce il senso del proprio essere se stessa raccontandolo nel territorio. Se arrivo a capire che l’ambiente è costruito ne sono responsabile.

Urbanistica per gli spazi sociali on-line.

Metafora delle folksonomy: in un cortile ventoso in autunno le foglie sanno bene dove radunarsi. Gli aggregati di conoscenze emergeranno, non progettabili scientemente ma emergeranno. La funzione thumbs up/down è importantissima perché rappresenta la nostra posizione etica di fronte a ciò che noi stessi costruiamo online.

Non esistono più città, ma borghi digitali, perché siamo connessi. Urbanistica degli spazi sociali online. Non bisogna progettare i contenuti sociali che andranno un domani sul territorio ma in contenitori dentro cui le cose che faremo assumeranno senso. Pordenone per prima in Italia sta facendo una e-Democracy seria con l’accesso al wi-fi gratuito. Garantire spazi di discussione pubblica. Quei luoghi della città connotati dall’essere connettivi diventano le interfacce della città per accedere ai contenuti, porte magiche verso l’informazione. Do rappresentatività visiva, figurativa ai luoghi della città, è un luogo in cui io abito molti altri luoghi, non territorialmente connotati. La cultura tecnologica subito diventa cultura tecno-territoriale perché parla del nostro abitare i territori. Google Earth è fondamentale per l’educazione.

Olistico vuol dire che il tutto è più della somma delle parti. In una scuola vanno garantite le condizioni concrete: tutte le classi devono essere cablate. Il 50% del Pil europeo dipende dalle reti telematiche: bisogna muovere le informazioni, non le persone! (certo, ci si incontra, l’informazione è sempre blended)

Allestimento corale di un’identità.

Nei suoi corsi Giorgio approccia gli insegnanti così dicendo: io non sto formando insegnanti, sto formando persone. Voi dovete comunque abitare la Rete, altrimenti non siete nel posto giusto per raccontare cose belle.

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7 Risposte to “Cittadinanza digitale dal punto di vista di Scuola3D”

  1. Fabio Metitieri Says:

    Certo che in quanto a interventi pallosi e inutili, gli accademici sono assolutamente imbattibili. Magistrali. Magici.

    Senza polemica: ma Rotta e Jannis, che cappero hanno detto? Qualcuno sarebbe in grado di riassumerli in 500 battute e fornendone un significato compiuto e sensato, e comprensibile ai piu’? Io scommetto di no.

    Pero’, li ammiro, questi piccoli accademici, questi appresi stregoni, per la fantasia, per la capacita’ di inventare discorsi, e per il riuscire a parlare o scrivere senza dire assolutamente nulla.

    Ciao, Fabio.

  2. Fabio Metitieri Says:

    E… solo una domanda.

    Tra magic number e foglie di autunno, cosa c’entra tutto questo con il 3D?

    Tanto per sapere….

    Ciao, Fabio.

  3. Giorgio J. Says:

    Orpo. Abitiamo linguaggi… e gli universi sono fatti di storie, no?

  4. bonaria Says:

    Il seminario è organizzato da Scuola 3D ma sulla cittadinanza digitale – da qui le tematiche di alcuni interventi. In ogni caso il pomeriggio di ieri è stato dedicato ad esplorare gli universi virtuali di Scuola 3D e della mostra “Leonardo e il corpo” e i software utilizzati per costruirli.

  5. Stefano Says:

    Io non sarei così drastico. Mi rendo conto che nella forma molti accademici risultino “pallosi” e poco comprensibili, ma a mio parere ascoltare un accademico che parla di mash-up o di Google Maps è già un bel passo in avanti rispetto alla media nazionale :D

    Tolte alcune espressioni forse troppo retoriche e poco pragmatiche, ritengo che i contenuti degli interventi riportati qui da Bonaria siano molto interessanti. Se poi vogliamo parlare di “stregoneria”, intesa come arte di inventare sempre concetti nuovi che non voglio dire nulla, allora mi verrebbe da citare non solo accademici, ma anche esperti di marketing o art director dell’ultima ora…

  6. walter Says:

    Se gli accademici, invece di analizzare come le foglie si dispongono in autunno, contribuissero seriamente a lavorare in spin off e start up, su progetti concreti, con idee vincenti, geniali, dove non c’è bisogno di paroloni iperlaccati e vuoti, ma di esplosività di inventare processi e soluzioni innovativi e creativi forse faremmo davvero un passo avanti.

    L’Italia ha la media più bassa d’Europa di alfabetizzazione scientifica, forse sta sorgendo una nuova figura tutta italiana del tecno-filosofo, di per se non è male, ma che sia conoscenza realmente distribuita e possibilmente che crei qualcosa di socialmente utile.

    Vi segnalo Progetto Kublai ad esempio e questo progetto per la Fondazione di un Sapere Pubblico:
    http://progettokublai.ning.com/forum/topic/show?id=2089256%3ATopic%3A8808

  7. bonaria Says:

    Ciao a tutti e scusate il ritardo. Francamente ho l’impressione che stiamo dicendo tutti la stessa cosa, solo con parole diverse. Mi sembra che tutti coloro che sono intervenuti abbiano espresso fastidio per la filosofia vuota dell’Accademia e apprezzamento per la creatività e le libere espressioni dell’ingegno. E’ vero che in Italia c’è una carenza di cultura scientifica tremenda. Mi viene sempre in mente quando domandavo ai miei colleghi di Filosofia perché non seguissero il corso Logica (per il corso biennale eravamo in 2) e loro mi rispondevano sorpresi: Ma io mi sono inscritto/a a Filosofia perché odio la matematica! (brividi…)

    Con ogni probabilità però la stessa cosa accade se chiedete a un ingegnere perché non segue un corso di filosofia della scienza… Insomma, forse, ancor più dell’impronta crociano-gentiliana da scienze dello spirito, la nostra cultura e la nostra università soffrono di quel brutto male che è la settorializzazione dei saperi. Ognuno parla il proprio linguaggio senza cercare punti di contatto con le altre branche del sapere, dando vita ad auto-riproduzioni disciplinari estetizzanti ed emaciate…

    Ciò detto, se credo alla bontà e alla necessità di una maggiore diffusione di scienza e tecnica, credo anche alla bontà e alla necessità del momento della sintesi (per dirla con Hegel ;-) ) cioè della riflessione, sistematica o meno (anche la riflessione ad alta voce a ruota libera può essere foriera di ottime idee con importanti risvolti pratici). L’incontro sulla cittadinanza digitale è stato per me un momento molto formativo proprio perché altre persone mi hanno aiutato a costruire una cornice teorica di cui qualsiasi esperimento pratico ha bisogno per (funzionare e) sedimentare… Io sono più portata (e mi sforzo anche di esserlo) a una visione empirica della
    tecnologia – quando ho l’occasione di parlare ad altri bibliotecari cerco sempre di ricondurre le cose su un piano molto pratico con esempi e casi concreti. Però ho bisogno, per puntellare quegli esempi, di una mia visione, della capacità di discernere, di valutare, di scegliere – che solo una riflessione teorica può darmi.

    Fino a qualche anno fa ero molto più refrattaria rispetto a certe questioni – a sentire anche solo il nome di certe discipline mi venivano i brividi (si sa che i filosofi sono molto selettivi e pensano di avere lo scettro della Verità) ma cerco di imparare la tolleranza, di sforzarmi di comprendere i piani teorici su cui certi dibattiti si svolgono, la portata di certe posizioni. E devo dire che in genere (a parte casi cronici) ci ho sempre guadagnato…

    P.S. grazie del link a Kublai; molto interessante!

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