Academic Library 2.0 – Seconda parte

Ed oggi, come anticipato, è stata la volta di questa collega appena ventinovenne, colta, simpatica e molto digital native! Elizabeth Winter ha presentato il suo Social software in academic libraries: a Web 2.0 toolkit davanti ad una platea sempre più nutrita e interessata ed è stato istruttivo confrontare il suo intervento – più centrato sulle applicazioni pratiche, benché non del tutto privo di una cornice teorica di riferimento – con quello di Derek Law, che ieri ci ha aiutato a guardare alle trasformazioni che hanno originato il web 2.0 da un punto di vista più antropologico e sociologico.

Elizabeth è subito entrata in argomento con diverse slide sul web 2.0 e sulle definizioni che, a partire da quella originaria del suo inventore (o, meglio, del creatore del suo brand ;-) ) si sono succedute. I vari statement sono riassumibili nella formula: web as platform, che pone l’accento sia sul trasferimento dei sistemi operativi, le piattaforme su cui girano gli applicativi che adoperiamo, dagli hard disk dei nostri desktop al web, e sia sulle conseguenze cui questo mutamento tecnologico ha dato luogo in termini sociali e culturali.

Gli utenti nel web 2.0 sono protagonisti: non più passivi consumatori di un web testuale e autoritario ma creatori di contenuti, prosumer che determinano gli orientamenti delle aziende con il loro semplice essere – esigentemente – online. Il drastico abbassamento delle barriere tecnologiche d’altronde consente di essere in Rete – ed esserlo da protagonisti, cioè creando un proprio spazio online – in maniera sempre più semplice e rapida. Una frase riportata nell’intervento rende bene quello che cerco di dire: Web 2.0 is all the Web sites out there that get their value from the actions of users (Information Week).

Il corredo di tool e servizi che il 2.0 porta in dote è talmente ampio da confermare agevolmente queste affermazioni teoriche: blog, wiki, social tagging e bookmarking, mash-up, social networking, photo sharing, instant messaging, realtà virtuali etc. sono modalità di risiedere nella parte abitata della Rete senza subire passivamente costruzioni esistenziali estrinseche ma immaginando e dando vita di giorno in giorno alle relazioni ed alle informazioni che più desideriamo.

Il movimento della Library 2.0 si innesta su questo trend e raccoglie stimoli culturali e suggestioni tecnologiche per dare vita ad una nuova concezione della biblioteconomia e delle biblioteche (importante sottolineare questo perché il talk di Elizabeth percorreva di continuo questo doppio canale interno/esterno): anche i nostri utenti sono usi ormai a smanettare in rete con tool 2.0 di ogni tipo e, come ha illustrato ieri Law, a costruirsi il proprio ambiente informativo senza preoccuparsi troppo dei millenni di sapere accumulati e meticolosamente catalogati nelle biblioteche.

Dunque, primo obiettivo: sfruttare la tecnologia e le possibilità che essa ci offre di avvicinarci agli utenti, di essere dove loro sono, invece che forzarli a condividere un mondo – il nostro – forse non troppo amichevole e comunque sempre meno fisicamente partecipato da essi. Interessanti a questo proposito gli esempi portati: i blog del Gatech, le loro foto su Flickr, il corredo di tool di instant messaging di cui dispongono, una personalizzazione di LibX, la presenza in Second Life e su Facebook.

Ma non si vive di soli utenti ;-) La seconda grande sfida è rivolta verso l’interno delle biblioteche, ovvero verso i nostri stessi colleghi, quelli con cui dividiamo le fatiche di gestire le risorse elettroniche o di catalogare un libro antico o di sottoscrivere gli abbonamenti ai periodici: anche per i task interni gli strumenti del 2.0 possono offrire valido supporto.

Wiki dedicati a fungere da knowledge base per informazioni sui periodici elettronici (rinnovi, cambiamenti editoriali, pacchetti, gestione hep desk etc.); Google Spreadsheets destinati a raccogliere gli elenchi degli stessi ejournal per condividerli online con i colleghi interessati editando tutti sempre un unico documento; sistemi di messaggistica istantanea per consentire ai vari dipartimenti o alle varie biblioteche una collaborazione rapida ed efficace; ancora wiki dedicati alle acquisizioni e a tutte le problematiche gestionali correlate.

Tutto ciò è stato realizzato da Elizabeth e dai suoi colleghi al Gatech e, a parte alcuni inevitabili aggiustamenti in corso d’opera, ha prodotto maggiore scambio di conoscenze ed esperienze, comunicazioni più fluide, condivisione delle informazioni e dunque un sostanziale incremento di produttività.

Dopo un’ultima slide di conclusioni all’insegna del proverbiale e tipicamente statunitense incitamento al gioco e alla sperimentazione (do not be afraid to play!), l’intervento si è concluso aprendo la sessione delle numerose domande del pubblico (maggiori dettagli sul resoconto a breve in pubblicazione su Biblioteche Oggi!). Visto che siamo in tema di multimedialità spinta non poteva mancare una cronaca per immagini della due giorni: la vedrete a brevissimo su Flickr. Eccola: che ne dite?

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10 Risposte to “Academic Library 2.0 – Seconda parte”

  1. enrico Says:

    Bene, Bonaria, resoconto interessantissimo (compreso quello della prima giornata).

    Mi sono permesso di citare questa tua frase: “Gli utenti nel web 2.0 sono protagonisti: non più passivi consumatori di un web testuale e autoritario ma creatori di contenuti, prosumer che determinano gli orientamenti delle aziende con il loro semplice essere – esigentemente – online” sulla bozza di progetto che ho messo sul wiki di scuola3D http://www.scuola3d.eu/wiki/index.php?title=Web2.0 con il titolo Web2.0 e con il sottotitolo: Progetto trasversale di intelligenza connettiva in Scuola3D.

    Il bisticcio intelligenza_collettiva/intelligenza_connettiva continua per me ad essere un punto forte, influenzato come sono da Derrick de Kerckhove.

    A ben vedere avrei potuto citare del tuo post anche: “blog, wiki, social tagging e bookmarking, mash-up, social networking, photo sharing, instant messaging, realtà virtuali etc. sono modalità di risiedere nella parte abitata della Rete senza subire passivamente costruzioni esistenziali estrinseche ma immaginando e dando vita di giorno in giorno alle relazioni ed alle informazioni che più desideriamo.”

    Diciamo cosi’: il primo quote dal tuo post presenta una sfumatura piu’ aziendale, il secondo piu’ serendipity.

    Un’ultima cosa web 2.0: hai fatto benissimo a cominciare ad usare i tags qui sul blog. L’automatismo che consente di considerare le categorie come tags, permette di recuperare post precedenti non taggati, ma in generale le categorie sono il modo di rispecchiare l’ontologia del blogger, i tags invece sono la costruzione delle categorie dal basso.

  2. bonaria Says:

    Caro Enrico, ti ringrazio di aver voluto condividere con me (anzi, con noi) il tuo progetto sul web 2.0 e le tecnologie correlate – mi sembra peraltro così ben organizzato, meditato e articolato da meritare anche un po’ di sana pubblicità! Ti ho già detto che credo siate una delle realtà più avanzate a livello scolastico in Italia e mi fa sempre piacere seguire i vostri movimenti :)

    Interessante l’associazione intelligenza connettiva/collettiva – mi ha ricordato un post letto ieri sulla collavorazione, che non è un refuso ma sta a indicare proprio il lavorare insieme in maniera collaborativa… Nel mio pantheon personale credo che a De Kerchove aggiungerò Prensky, sollecitata dal talk di D. Law. il suo concetto di digital native/immigrant mi sembra una buona lente attraverso cui guardare allo sviluppo tecnologico e al suo impatto sulla società e sulla cultura.

    Belle le etichette di aziendale e serendipity! Sai, godere di lettori attenti e partecipi come quelli che ho la fortuna di avere in questo blog, a volte mi fa davvero aprire la mente e mi permette di guardare alle cose che io stessa ho scritto in una maniera cui, riflettendo in beata solitudine, non avrei mai pensato…

    Grazie, in bocca al lupo e tienici aggiornati!

  3. shaitan Says:

    Piuttosto interessante il talk di Elizabeth Winter, soprattutto nella seconda metà…

    Ho creato una topic map del talk (e di parte del convegno) utilizzando per l’abstract parte del tuo post (sicuramente più efficace dei miei appunti presi scrivendo direttamente la mappa topica e ascoltando un intervento in inglese).

    Può essere scaricata in formato XTM 1.0 (leggibile da omnigator) o in XTM 2.0 (basta metter Bruno2.xtm anziché Bruno.xtm)

    Ho applicato anche un foglio di stile ottenendo un risultato graficamente orribile ma che può rendere un’idea sulle possibilità di navigazione: ad esempio si può partire da: http://www.chela.it/topicmaps/bruno/t53.html

    Spero di ritagliarmi un po’ di tempo per studiare decentemente un po’ di php e costruirmi un navigatore di Topic Maps basato sulle mie esigenze ;)

    ps mi sa che nell’inviare precedentemente questo commento avevo inserito troppi link :-D

  4. Enrico F Says:

    A proposito di 2.0 e nuove tecnologie.

    A un recente convegno [http://www.bess-piemonte.it/download/8ottobreinvito.pdf] di BESS (biblioteca elettronica di scienze sociali ed economiche del Piemonte) sono state pronunciate due frasi entrambe, per motivi opposti, molto interessanti.

    La prima è di Alberto Salarelli, che a proposito del mondo 2.0 dice: “si parla troppo poco del ruolo sociale delle biblioteche: occorre fare molta attenzione a questo mondo 2.0. In un mondo in cui i servizi sono costruiti ‘tutto intorno a te’ (la banca è intorno a te, la telefonia è ‘tutto intorno a te’, la biblioteca è ‘costruita intorno all’utente’, ecc.) si rischia di perdere di vista il ruolo sociale per cui gli stessi servizi sono nati”.

    Naturalmente il suo è un allarme, non un anatema; però mi ha fatto riflettere su come in effetti questi strumenti rischino di essere molto una moda per gli esperti, un nuovo giocattolo che gli addetti ai lavori si rimbalzano a vicenda. E’ utile che i bibliotecari studino e padroneggino nuovi strumenti, ma spesso il rischio è che questi stessi strumenti siano più utili ai bibliotecari (per accrescere la propria professionalità, come base per un circuito di conoscenze e saperi professionali) che non agli utenti effettivi. Insomma, dei due lati della medaglia che citi tu c’è il rischio che prevalga solo il lato “interno”. Ora io non sono misoneista, (e so molto bene quanto sia facile evitare il pericolo segnalato da Salarelli, basta lavorare con intelligenza sui nuovi strumenti!) ma apprezzo questo monito: non perché sembra invitare a “lasciar perdere”, ma perché mi spinge a riflettere sull’impatto delle “nuove tecnologie” in biblioteca su un piano più alto e generale.
    Il rapporto fra bibliotecario, utente e tecnologia non è una problematica nuova, urgente, inaspettata, ma vale per ogni elemento tecnico del mondo professionale in cui viviamo (compreso il buon vecchio catalogo booleano pre-furbirizzato!).

    Questo mi fa riagganciare a un altro intervento, quello di Giuliana Sgambati dell’ICCU.
    Le sue slide aprono con una frase: “è cambiata la domanda dell’utente”.
    Questo per me è completamente sbagliato, e testimonia una mentalità completamente fuori strada!
    La domanda dell’utente è sempre la stessa da quando esiste la cultura dell’informazione: l’utente vuole accedere, nel modo più semplice, rapido e completo, a un’informazione. Non è la sua domanda a essere cambiata: sono cambiati se mai gli strumenti con cui egli pone questa domanda, e gli strumenti con cui noi siamo in grado di fornire una risposta.

    Questa differenza secondo me non è una questione di lana caprina, ma comporta un atteggiamento completamente diverso nell’approccio al cambiamento, e quindi al passaggio e all’abbraccio di stati 2.0, 3.0, 4.x, ecc. Non si tratta secondo me di constatare “passaggi epocali” o “mutamenti tecnologici” intorno a noi; si tratta di valutare la naturale evoluzione (non rivoluzione) del mondo – ingrigiscono le barbe, crescono le pance: perché il catalogo dovrebbe non cambiare mai? ;-)
    Un atteggiamento di timore reverenziale, di sospetto, ma anche di stupore non più che infantile verso la “nuova tecnologia” porta a comportamenti rigidi e legnosi, a processi difficili da mettere in moto, e chi ha il compito di promuovere e amministrare questi cambiamenti si sente come se dovesse reinventare la ruota ogni volta, ricominciare da capo in un percorso che in realtà è già avviato; basta seguirlo, con curiosità e intelligenza, passo per passo. Da parte di alcuni, invece, c’è un sotterraneo timore, come di perdere qualcosa.

    Cito una frase della spiritosa Dorothea Salo (http://cavlec.yarinareth.net/): criticando coloro che riflettono, spaventati, sull’impatto della tecnologia nel loro lavoro, urla: “Tecnologia? Anche una penna a sfera è tecnologia!” :-)
    Alcuni bibliotecari fanno convegni su come reinventare la penna a sfera! ;-)
    Il catalogo cartaceo è tecnologia. L’opac è tecnologia. I blog sono tecnologia. Second life è tecnologia. La lampadina che mi sta sulla testa in questa grigia giornata di autunno torinese è tecnologia. Ogni giorno ce n’è una nuova: scopriamola e adottiamola con la stessa semplicità con cui nasce, consapevoli che c’è una cosa che non cambia mai: il desiderio e la curiosità dei nostri utenti nell’accedere all’informazione di cui hanno bisogno!

    Ciao a tutti!
    Enrico F.

    P.S.: a proposito di Elizabeth Winter: ma perché negli USA una ragazza di 29 anni è in grado di essere responsabile delle acquisizioni e risorse elettroniche di un ateneo, mentre da noi le biblioteche universitarie sono spesso in mano a gerontocrati e dinosauri?
    Scusate lo sfogo! ;-)

  5. Reinventare la penna a sfera « ServiziBibliograficiDigitali Says:

    […] questo post nasce da un commento a un altro post di Bonaria Biancu; la riflessione, rabbiosa, mi è scaturita dal leggere di Elizabeth Winter: ma perché negli USA […]

  6. Gentilini Says:

    Da parte mia voglio sottolineare la possibilità (anzi: la NECESSITA’) di iniziare ad utilizzare strumenti come ad es. i wiki anche per la comunicazione interna nel lavoro delle biblioteche. Il tema sarà meno affascinante di altre considerazioni che si possono fare, ma… voi come fate ad affrontare un lavoro sempre più complesso, frammentato e continuamente progettuale in un contesto di costante calo di personale? In Wikinomics è riportato il caso di una azienda (mi pare una banca tedesca) che, grazie all’uso di un wiki interno, ha ridotto il tempo delle riunioni del 50% e le mail del 70%!

  7. bonaria Says:

    Buongiorno a tutti e scusate il ritardo dovuto a problemi di over-work e a una banale e fastidiosa influenza che ha contribuito all’ottundimento della mie facoltà intellettuali :)

    @Shaitan: Caro Salva, mi stupisci sempre con le tue creature polimorfe! Grazie per la segnalazione della topic map, che ha contribuito alla mia comprensione di cosa siano le mappe topiche molto più che un articolo di 4 cartelle ;) E’ interessante l’idea di crearne una on the fly mentre si ascolta l’intervento di un convegno. Riesce a rendere l’idea di come si possa formalizzare non solo l’informazione, ma anche l’interpretazione dell’informazione… Mi raccomando, facci sapere se e quando (cioè, quando ;) ) ti costruirai il navigatore che vorremo senz’altro sperimentare!
    [sì, il tuo primo commento conteneva 4 url, che è il limite a cui ho impostato l’anti-spam su questo blog, dunque è stato bloccato. Non te lo riabilito perché il commento poi pubblicato è sostanzialmente lo stesso. Ok?]

    @Enrico: Ciao, ti ringrazio del commento e del post su SBD (a proposito: complimenti per il blog!). Sono parzialmente d’accordo con quello che dici e spiego perché.

    Mi va bene l’esortazione di Alberto a guardare criticamente alle applicazioni 2.0 per non innamorarsi di mode senza costrutto. Però mi sembra un po’ troppo prudente questo atteggiamento, considerato che in Italia ancora oggi non sono molti gli utenti che adoperano le c.d. nuove tecnologie. Cioè, come direbbe Qoehlet, c’è un tempo per innovare e un tempo per stabilizzare, e questo secondo me è il tempo per innovare (i.e. per sperimentare, anche imprudentemente, ciò che viene proposto). Quando anche in Italia la massa critica di utilizzatori del Web 2.0 avrà raggiunto livelli paragonabili a quelli statunitensi, e soprattutto quando vi sarà un congruo numero di sperimentazioni, servizi, applicazioni 2.0, allora sarò la prima a dire: bene, adesso è venuto il tempo di scremare, selezionare, raffinare etc. Fare, ancor prima del boom, un lavoro di cesello mi sembra possa rischiare di andare a scapito proprio della diffusione su larga scala degli strumenti di cui parliamo…
    Sgambati: è vero, la domanda dell’utente è, in linea generale, sempre la stessa, però qui sono più d’accordo con Law-Prensky, e cioè con la teoria della discontinuità. E’ vero che gli utenti ci chiedono sostanzialmente sempre informazioni da fruire nella maniera più rapida, economica e semplice possibile, però non mi sentirei di dire che le esigenze informative di un utente, metti, degli anni 50, siano nella sostanza le stesse di un digital native. Il mezzo cambia anche il messaggio e l’abitudine/attitudine dei nostri giovani utenti ad operare su piattaforme di realtà virtuale o network collaborativi o interfacce di ricerca à la Google, cambia radicalmente non solo la forma della domanda ma anche il suo contesto e a volte il suo stesso senso… Ricercare un libro in un catalogo cartaceo non è tecnologia, o almeno non è tecnologia allo stesso modo in cui è tecnologia, invece, cercare un libro in Amazon.

    Infine su Elizabeth non posso che condividere la tua rabbia: è davvero incredibile come noi in Italia si debba ascendere la scala infinita della gerarchia e dell’anzianità per conquistare posizioni che in ambiti come quelli degli USA vengono assegnate semplicemente sulla base del merito. Non voglio fare finta che sotto il profilo lavorativo gli USA siano un Eden, per carità, però il confronto fa male…

    @Gentilini (ma il tuo nome qual è? ;) ): assolutamente d’accordo! Nella biblioteca in cui lavoro utilizziamo già il wiki come sorta di intranet 2.0 per gestire la comunicazione e il knowledge base del gruppo di lavoro che si occupa del catalogo elettronico Aleph. Considerando che il gruppo è misto Bicocca-Insubria, capisci bene quali sono i vantaggi dell’adozione di uno strumento che non solo permette la collaborazione intra-istituzionale ma addirittura inter-istituzionale… Se ti interessa, qui puoi trovare qualche slide sulla nostra esperienza.

    Allora, cari tutti, che ne dite? Siete d’accordo con me? A presto e buona domenica!

  8. virginia g. Says:

    Ottima l’indicazione delle slide!
    Nel nostro caso (Sala Borsa, Bologna) stiamo riprogettando un layout completo della biblioteca e relativi servizi al pubblico. In sostanza, ciò significa che un bel numero di persone diverse si troveranno a dover gestire informazioni gestionali, relative alle collezioni, regolamentari, di buone pratiche ecc. Bisogna davvero che in tempi rapidi mettiamo in piedi uno strumento di condivisione-aggiornamento-responsabilità diffusa!
    Quindi grazie da Virginia ;-)

  9. bonaria biancu Says:

    Grazie a te Virginia :)
    Interessante l’esperienza di una biblioteca come Sala Borsa che è storica da tanti punti di vista… Pensi che un wiki per la condivisione potrebbe rivelarsi utile tout court oppure in alcuni casi sarebbero più utili altri strumenti?
    E pensate di utilizzare solo repository (per così dire) oppure anche strumenti come instant messaging, micro-blogging (vedi Twitter o Jaiku) e simili?

  10. Mind Matters » Abdicare alla formazione Says:

    […] distanza di anni, insisto a dire che la domanda dell’utente non è cambiata. E’ cambiato il contesto in […]

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