Il Manifesto anti-web2.0 e l’ordine ontologico delle cose

Povero Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno: chissà se nel peggiore dei suoi incubi ha mai pensato di essere tirato per la giacchetta, tra i tanti, perfino da un fiero oppositore del web 2.0… Se ce la fate a leggere tutto d’un fiato THE ANTI WEB 2.0 MANIFESTO (Adorno-for-idiots) [l’url del Manifesto non mi pare funzionare oggi, qui potete leggerne una versione ampliata], in fondo troverete anche qualche pensiero rabbioso vergato di mio pugno:

 

  1. “The cult of the amateur is digital utopianism’s most seductive delusion. This cult promises that the latest media technology in the form of blogs, wikis and podcasts will enable everyone to become widely read writers, journalists, movie directors and music artists. It suggests, mistakenly, that everyone has something interesting to say.
  2. The digital utopian much heralded “democratization” of media will have a destructive impact upon culture, particularly upon criticism. “Good taste” is, as Adorno never tired of telling us, undemocratic. Taste must reside with an elite (“truth makers”) of historically progressive cultural critics able to determine, on behalf of the public, the value of a work-of-art. The digital utopia seeks to flatten this elite into an ochlocracy. The danger, therefore, is that the future will be tasteless.
  3. To imagine the dystopian future, we need to reread Adorno, as well as Kafka and Borges (the Web 2.0 dystopia can be mapped to that triangular space between Frankfurt, Prague and Buenos Aires). Unchecked technology threatens to undermine reality and turn media into a rival version of life, a 21st century version of “The Castle” or “The Library of Babel”. This might make a fantastic movie or short piece of fiction. But real life, like art, shouldn’t be fantasy; it shouldn’t be fiction.
  4. A particularly unfashionable thought: big media is not bad media. The big media engine of the Hollywood studios, the major record labels and publishing houses has discovered and branded great 20th century popular artists of such as Alfred Hitchcock, Bono and W.G. Sebald (the “Vertigo” three). It is most unlikely that citizen media will have the marketing skills to discover and brand creative artists of equivalent prodigy.
  5. Let’s think differently about George Orwell. Apple’s iconic 1984 Super Bowl commercial is true: 1984 will not be like Nineteen Eighty-Four the message went. Yes, the “truth” about the digital future will be the absence of the Orwellian Big Brother and the Ministry of Truth. Orwell’s dystopia is the dictatorship of the State; the Web 2.0 dystopia is the dictatorship of the author. In the digital future, everyone will think they are Orwell (the movie might be called: Being George Orwell).
  6. Digital utopian economists Chris Anderson have invented a theoretically flattened market that they have christened the “Long Tail”. It is a Hayekian cottage market of small media producers industriously trading with one another. But Anderson’s “Long Tail” is really a long tale. The real economic future is something akin to Google a vertiginous media world in which content and advertising become so indistinguishable that they become one and the same (more grist to that Frankfurt-Prague-BuenosAires triangle).
  7. As always, today’s pornography reveals tomorrow’s media. The future of general media content, the place culture is going, is Voyeurweb.com: the convergence of self-authored shamelessness, narcissism and vulgarity — a self-argument in favor of censorship. As Adorno liked to remind us, we have a responsibility to protect people from their worst impulses. If people aren’t able to censor their worst instincts, then they need to be censored by others wiser and more disciplined than themselves.
  8. There is something of the philosophical assumptions of early Marx and Rousseau in the digital utopian movement, particularly in its holy trinity of online community,individual creativity and common intellectual property ownership. Most of all, it’s in the marriage of abstract theory and absolute faith in the virtue of human nature that lends the digital utopians their intellectual debt to intellectual Casanovas like young Marx and Rousseau.
  9. How to resist digital utopianism? Orwell’s focus on language is the most effective antidote. The digital utopians needs to be fought word-for-word, phrase-by-phrase, delusion-by-delusion. As an opening gambit, let’s focus on the meaning of four key words in the digital utopian lexicon: a) author b) audience c) community d) elitism.
  10. The cultural consequence of uncontrolled digital development will be social vertigo. Culture will be spinning and whirling and in continual flux. Everything will be in motion; everything will be opinion. This social vertigo of ubiquitous opinion was recognized by Plato. That’s why he was of the opinion that opinionated artists should be banned from his Republic.”

Andrew Keen, che ha condensato nel Manifesto idee espresse in forma più articolata all’interno di The cult of the amateur, si dev’essere perso qualche passaggio: d’altronde il suo incredibile ciuffo anni ’80 testimonia di una qualche forma recidiva di discronia.

Il web 2.0 ha ucciso la cultura? Chissà che ne direbbero gli espressionisti o magari Nietzsche, che credeva ormai un bel po’ d’anni fa che il morto fosse addirittura Dio…

La cultura è morta già da un pezzo, lunga vita alla cultura. Do you know situationnisme? (ma anche L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica forse gli insegnerebbe qualcosa…)

Invece di strapazzare Adorno per finalità tutto sommato risibili gli consiglierei una lettura approfondita del Tractatus: ciò che si può dire si può dir chiaro; su tutto il resto si deve tacere.

Il commento che mi trova più d’accordo l’ho letto su un blog olandese:

“we have a responsibility to protect people from their worst impulses”

People have bad impulses? I thought we had thrown out Sigmund and Anna?

Certo, la foto di Michael Gorman in home page su After TV che testimonia la sua untrust nel web 2.0, è un bel colpo: un Bibliotecario con la B maiuscola (dunque custode del Sapere, della Cultura etc.) che fa da testimonial al Keen-pensiero…

Il web 2.0 ha rovinato pure l’economia? Dai un’occhiata a Wikinomics, Andrew. Certo, capisco che come tanti pionieri del web 1.0 possa sentirti un tantino scalzato e detesti quei giovinastri superficiali, incolti e burini che hanno invaso il prato all’inglese delle tue granitiche certezze (mi ricorda qualcuno, questo Andrew, qualcuno di italico…), ma temo ci si debba abituare, a quella brutta bestia del tempo che passa e tutto porta via…

Sono consapevole che in questo post il livello di argomentazione sia minore o uguale a zero ma davvero detesto sentire nel 2007 qualcuno fare dei ragionamenti così filosoficamente ingenui e piccini e passé che in qualsiasi facoltà di filosofia verrebbero smontati dalla prima matricola presa per caso nei corridoi…

E poi questa altezzosità da modernista che crede nell’ordine ontologico delle cose e che vede svanire intorno a sé i simboli sacri del mondo che fu… Ma crede davvero di parlare con dei pischelli che passano il loro inutile tempo a scrivere sul blog pensierini idioti e, giusto nei ritagli di tempo, leggono quelli dei loro amichetti senza porsi di continuo i problemi della qualità, del livello culturale, della serietà, della credibilità?

Questa contrapposizione tra 1.0 e 2.0 in termini di Cultura e Zeitgeist mi ha così stufato e la trovo così artificiosa, costruita apposta da menti polemiche con l’unico scopo di alimentare polemiche, che non ne posso più di leggerne e parlarne…

Aggiungo per amore di un minimo di argomentazione ragionevole il commento radicale di Alessio De Luca, un lettore di Marketing usabile, sulla vicenda:

Il problema è che il web 2.0 è comunque una reazione a una crisi della comunicazione istituzionale in rete.

“Contributions by intellectuals lose their power to create a focus”, ma nel web sono stati anni di continui cliché…una produzione di contenuti uno-a-molti davvero significativa probabilmente avrebbe frenato la voglia di “partecipare” e accentuato quella di “ascoltare”, facendo sentire molti inadeguati alla produzione…ma con la qualità media dei contenuti sul web, è davvero difficile che qualcuno si possa sentire inadeguato :)…

C’è anche qualcuno che, sì, si è preso la briga di rispondere colpo su colpo, anche se purtroppo non si tratta di una confutazione filosofica, l’unica di cui Andrew Keen avrebbe veramente bisogno, e infine da segnalare la ormai mitica conversazione tra Keen e Weinberger sul Wall Street Journal.

13 Risposte to “Il Manifesto anti-web2.0 e l’ordine ontologico delle cose”

  1. enore savoia Says:

    @Bonaria :) articolo dagli animi bollenti .. trovandoci in tema web 2.0 ti segnalo questo “altro pioniere 1.0” : Il 22 settembre 2002 Donald Brook edita un documento contenente sue personali considerazioni ! … in questo caso sui blogger !

    buon weekend

  2. bonaria biancu Says:

    Ciao Enore! Grazie dei tuoi preziosi link :-)
    Si nota che mi sono scaldata appena appena per (cioè, contro) il Manifesto? ;-)

    Il punto è che sono disponibile ad accettare e anche a muovere per prima qualsiasi ragionevole critica al web 2.0, ma dire, come fa Keen, che è un trend che ha ucciso la cultura e scomodare fior di filosofi e intellettuali per giustificare la sua acrimonia da apostata mi sembra davvero troppo e anche troppo fuori tempo massimo…

    Mitico l’articolo di Brook :-D Senti ma secondo te noi riusciamo in qualche modo a stare dentro una della categorie di blog accettabili proposta nel capitolo 6?

  3. Maurizio Goetz Says:

    Era comunque doveroso per amore della conversazione sull’argomento segnalarlo il manifesto di Keen, infatti il dibattito c’è stato, ed è stato ben articolato.

  4. bonaria Says:

    Ciao Maurizio, hai ragione: nulla è più lontano da me dalla censura, perciò d’accordissimo a dare conto del Manifesto. La mia rabbia probabilmente nasce dalla delusione: in fin dei conti Keen è un personaggio molto addentro alle dinamiche della tecnologia e al mondo del web, nonché all’origine di progetti notevoli come Audiocafe, e il fatto che abbia potuto scrivere frasi come quella sugli impulsi cattivi davvero mi atterrisce…

    Cmq da un lato devo anche esprimergli la mia solidarietà: a quanto pare il momento della sua presa di coscienza è stato un FOO Camp, cioè una di quelle conferenze che organizza O’Reilly per i suoi Friends, conferenze a metà tra la festa in Costa Smeralda e la convention aziendale (splendida la definizione di The cult of amateur: “Foo Camp is where the countercultural Sixties meets the free-markets Eighties meets the technophiles Nineties”).

    E, certo, già il fatto che una conferenza sul web 2.0 sia ad inviti mi pare quantomeno contraddittorio…
    E poi Keen descrive bene l’atmosfera, le chiacchiere dei guru, la convinzioni palingenetiche e, insomma, ne viene fuori un ritratto un po’ stucchevole e da invasati.

    Magari se Keen quel giorno del 2004 invece che partecipare al FOO Camp fosse andato ad un barcamp oggi avrebbe scritto un libro sul valore etico ed economico della comunità open source o della collaborazione online :-)

  5. bonaria Says:

    Aggiungo la segnalazione del wiki di Lawrence Lessig dedicato alle fallacies di Keen: decisamente tendente al filosofico, molto soddisfacente per me.

    E invece su Mastroblog disquisizioni politico-culturali tra Gramsci e Fukuyama.

    Infine un estratto dall’intervista allo stesso Keen pubblicata sul Manifesto: “La sfida dei progressisti in Occidente non è l’azzeramento, ma la ricostruzione dell’autorità morale, politica e intellettuale. Altrimenti non avremo più alcun mezzo istituzionale per migliorare la società.” Brrrr….

  6. grimmo Says:

    Ti dirò, mi trovo in parte d’accordo con Keen. Mi sembra che si stia esageratamente gonfiando questa cosa del “web 2.0”
    Innanzitutto, per noi informatici almeno, il web 2.0 non è altro che un insieme di tecnologie, AJAX e Flash principalmente, che consentono ad un sito web di comportarsi come un’applicazione che si trovi “fisicamente” sul computer. Due esempi molto validi: Gmail e Flickr.
    Nel caso di flickr viene poi integrato l’aspetto “sociale” quindi la condivisione delle foto con la propria rete di amici, il social tagging eccetera eccetera. Ma io distinguo il “social networking” dal web 2.0. Sono due tecnologie a se stanti, anche se fuse assieme sicuramente fanno il loro bell’effetto.
    Mi sembra che tutto questo sia stato tirato fin troppo per la giacchetta e messo in un grosso pentolone assieme a “user generated content” e “citizen journalism” e poi impacchettato ed etichettato in maniera globale come “web 2.0”
    Detto questo, mi sembra proprio che stiamo andando verso gli scenari prospettati da Keen. Quanto contenuto di youtube è spazzatura e quanto è di qualità? E quanta parte di qualità è davvero “user generated” piuttosto che materiale protetto da copyright e prodotto da grandi aziende?
    Per carità, siamo tutti nani sulle spalle dei giganti.. è legittimo riutilizzare le idee e i contenuti degli altri per fare qualcosa di nuovo e bello. Ma, appunto: innovativo. Temo invece che la maggior parte del contenuto generato dagli utenti sia imitazione, quando non copia, di ciò che è stato già inventato da altri. E mi ci metto pure io dentro, in quanto il mio blog è in massima parte citazione di articoli e contenuto altrui. Eppure, anche se io cerco di discernere e pubblicare ciò che mi sembra più interessante e meno visibile in rete rispetto ad altro, mi sembra di non fare altro che aumentare il rumore di fondo.
    Quanto agli impulsi negativi.. beh mi sembra che ci siano eccome. E se censurarli magari non è la soluzione adatta, almeno sperare che non dilaghino in maniera epidemica grazie alla rete e alla pubblicazione autonoma di contenuti, è auspicabile.
    Suona strano anche a me fare questo tipo di discorsi: il filo tra censura imposta dall’alto e capacità di riconoscere il bene dal male(o il bello dal meno bello) è molto sottile.
    E nel momento in cui tutti siamo produttori di contenuti e quindi tutti abbiamo interesse che il nostro contenuto sia più visibile degli altri,
    chi decide che è il nostro contenuto a meritare un posto più in alto?
    E nel momento in cui siamo tutti a decidere quale contenuto merita attenzione e quale no, come si fa a distinguere qualcosa in mezzo alla mischia? Finiremo tutti in un enorme vortice di entropia pubblicatoria
    che renderà l’ultimo blog uguale al più autorevole dei quotidiani e il capolavoro del regista di punta indistinguibile dall’opera di uno psicopatico pubblicata su youtube? Non lo so.. ma è un interrogativo che, viste le potenzialità dei mezzi a disposizione e la direzione che si è intrapresa, inevitabilmente bisogna porsi.

  7. Kagilla Says:

    Mah, il mio è un punto di vista “profano” e non addentro a certe questioni se non superficialmente. Da un lato sono propensa a dire che occorrerebbe verificare l’autorevolezza dei blogger & co. Dall’altro che è proprio questo il “bello” della rete: chiunque abbia qualcosa da dire può farlo. Non mi viene altra espressione per dirlo ma, insomma, io nella regolazione del mercato ci credo (e scusate la metafora): se chi scrive, o chi gira un video, ha contenuti interessanti da comunicare, ed è una persona che verifica l’accuratezza di quel che scrive, filma e afferma, metterò il suo blog (o quel che è ) tra i preferiti, leggerò quel che ne pensa su certi argomenti, cercherò di instaurare il mitico (e mitizzato) social networking. Perchè dovrei pormi il problema anche per quelli che questi “controlli” non li fanno? Non vado a leggere. O meglio, prenderò semplicemente con le pinze i contenuti stessi.
    Immagino sia un modo piuttosto grezzo di argomentare, il mio, ma credo che la sostanza sia questa. Per pessere più precisa: la selezione, alla fin fine, viene operata dall’utente finale. Ed è questi che dà credibilità, che fornisce i feedback necessari per accreditare l’autore.
    Non so, a me sembra un ottimo modo per la condivisione delle informazioni, per l’aggregazione. Anche se l’interrogativo che pone è quello che dice Grimmo sull’entropia pubblicatoria (bellissima espressione, una tra le migliori sentite ultimamente..).
    E’, appunto, una possibilità, quella di non distinguere più “il capolavoro del regista di punta (…) dall’opera di uno psicopatico pubblicata su youtube”. Ma questo riporterebbe invitabilmente ad una forma di controllo su quanto pubblicato, mi sembra.
    E’ un dibattitto interessante, a mio avviso. Decisamente interessante per le forme di convivenza “politica” a cui, in un caso o nell’altro porterebbe.

  8. Splunge Says:

    ‘sto manifesto è effettivamente un illeggibile pasticcio, non argomentato e semplicistico…
    ma soprattutto abbiamo bisogno di cose del genere, di gente che dica non quale sia ma quale debba essere lo stato delle cose della comunicazione e della produzione di idee sul web?
    e poi dai, quella roba su borges… sembra di vedere uno di quei film americanio degli anni ’80 in cui uno si qualifica come filosofo dicendo “si perché i rapporti sociali sono condizionati dalla società, cioè, leggiti tipo , ti fa pensare, è profondo, io non c’avevo mai pensato”…
    e poi citare Bono come esempio che i “big media” sono meglio nello scegliere e promouovere la qualità e il gusto, maddaaaiiii!

    (ammettiamo, però, che è vero che non tutti hanno qualcosa di interessante da dire, d’altronde nessuno ti obbliga aleggere tutti i blog della terra)

    ciao, bel lavoro il blog

    dedalo

  9. bonaria Says:

    @ Grimmo: ti ho già espresso in pausa-pranzo la mia delusione ;-) dunque passo ai contenuti… Per me AJAX e Flash non sono che due tecnologie, peraltro nemmeno tanto 2.0, considerando che entrambe affondano le loro radici direttamente nell’1.0.

    Piuttosto, se c’è qualcosa di veramente rivoluzionario nella pretesa nuova età del web, è l’abbassamento delle barriere tecnologiche da un lato, e la socializzazione degli strumenti di lavoro e delle informazioni dall’altro.

    E non mi si venga a dire che sono due peccati originali perché altrimenti ci vedo solo un atteggiamento elitista del tipo: si stava meglio quando si stava peggio (ma almeno eravamo in pochi a possedere gli strumenti per capire e modificare la realtà)…

    Che c’è di male nel citizen journalism? E negli UGC? Che differenza c’è tra un blog scritto con i piedi e un tg pregno di banalità e volgarità? Anzi, non è vero, una differenza c’è ed è che il secondo rispetto ai primi ha i mezzi per raggiungere e penetrare un’audience molto più vasta, ha un sacco di soldi e gode pure di una rispettabilità che i primi si sognano… (d’altronde sono solo blogger ;-)…

    Dici “E nel momento in cui tutti siamo produttori di contenuti e quindi tutti abbiamo interesse che il nostro contenuto sia più visibile degli altri, chi decide che è il nostro contenuto a meritare un posto più in alto? E nel momento in cui siamo tutti a decidere quale contenuto merita attenzione e quale no, come si fa a distinguere qualcosa in mezzo alla mischia?”

    Beh, lo decide chi lo ha sempre deciso, cioè di nuovo noi, il pubblico (più o meno) pagante. Se questo vale per i media mainstream (che peraltro sono sempre in voga, anche se davvero pochi se li filano) perché non dovrebbe valere per quei blogger o fotografi amatoriali o wikiers o youtubers che si mettono in gioco producendo contenuti in proprio? E vogliamo dire di tutti i contenuti che sui media tradizionali non passano per censura o banale accondiscendenza al potentuccio di turno?

    Io non mi sento minacciata dai blogger che scrivono il diario personale. Semplicemente, non li leggo. Anche prima di loro c’erano Novella 2000 o Donna Moderna (posto che siano lettura disdicevoli): non ho mai letto nemmeno questi ma non ho mai pensato che non dovessero essere pubblicati, e, certo, anche se lo avessi desiderato, il pensiero della totale inattualità e irrealizzabilità e anti-storicità della cosa mi avrebbe dato un cazzotto nello stomaco così evidente da ricondurmi a più miti consigli…

    Infine no, proprio no. Non posso discutere le tesi di una persona che parla di impulsi cattivi nel XXI secolo…

  10. bonaria Says:

    @ Kagilla: non sono affatto argomentazioni rozze, le tue! Anzi, diciamo che esprimi meglio di come ho fatto io (più in termini di scienza politica, per così dire ;-) i contenuti del mio commento a Grimmo.

    Approfitto per aggiungere che poi gli scenari sono anche diversi: se devo consigliare dei testi a uno studente che prepara una tesi farò una selezione delle informazioni diversa da quella che orienta i miei vagabondaggi in Rete alla ricerca di stimoli e curiosità…

    Anche se poi spesso sui blog o negli archivi aperti o sui siti di social tagging trovi le informazioni più up-to-date anche a livello scientifico, quelle che ti aiutano ad orientarti nel mare dei contenuti e a capire la contemporaneità…

    In ogni caso, di nuovo: il controllo di qualità lo fa, vivaddio, l’utente finale. Prima, quando c’erano solo i libri e le riviste di carta c’era un controllo preventivo? Volendo escludere i periodi bui dei roghi e delle inquisizioni, direi proprio di no. E anche allora c’era Harmony e c’era la Montagna Incantata e ognuno comprava l’una o l’altra o magari ora l’una ora l’altra…

  11. bonaria Says:

    @ Dedalo: forte il paragone con il film anni 80… ;-) Keen non argomenta o, in certi casi, argomenta troppo, scomodando concetti e teorie e personaggi che crollano sotto il peso delle sue apodittiche affermazioni…

    Il mix tra Bono, Borges, Adorno reiterato, mainstream, UCG, citizen journalism e chi più ne ha più ne (e)metta è davvero indigesto…

    Grazie per il link – vado volentieri a ricambiare :-)

  12. serena sangiorgi Says:

    … scusate arrivo ultima come al solito… mi sento parecchio come la Lepre Marzolina di Alice nel paese delle meraviglie che corre trafelata gridando “tardi tardi tardi è già!!!” e non combina niente… Interessantissssimo ‘sto dibattito, perche’ qua tutti hanno scritto cose meDitevoli (da meditare). Ma vorrei sottolineare anche io una cosetta: tutti hanno SCRITTO (piace molto anche a me l’entropia pubblicatoria). Il web, 1 e 2 e 3, è scrittura: non limitiamoci a prendere esempi e risalire solo al web 1.0! torniamo all’invenzione della stampa a caratteri mobili e alle sue conseguenze, nel senso che l’esplosione pubblicatoria si è già vista, come si è visto che… semplicemente si perde nel nulla, tra cestini della carta straccia e riciclaggio, tutto l’effimero. Davvero si può pensare che tutte le pagine pubblicate (in qualsiasi forma) nel web finora possano restare li’ a farsi leggere per l’eternità? ma gnanca… quindi divertiamoci semplicemente a leggere certe arrampicate in sesto grado, e a smontarle, ma senza prendersela troppo (eh, Bonnie!) che non se lo meritano. ;)))
    Gegè

  13. bonaria Says:

    Oh, finalmente qualcuno (ops, qualcuna :) che prende le cose con filosofica levità! Sono d’accordo sul risalire ancora più su: in effetti, le differenze cronologiche e forse pure culturali tra il web 1.0 e il web 2.0 potrebbero essere considerate risibili da un punto di vista meta-storico… Dunque, meglio allargare l’ottica, la prospettiva e l’orizzonte e comprendere che il pericolo della mancanza di qualità non è certo connaturato (solo) al nuovo ordine delle cose… Anyway, SERE, bentornata su TGL!

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