7 Risposte to “Autorità, trovabilità e disordine digitale”

  1. Enrico Hell Says:

    Tutte e due le cose, secondo me: tassonomia e creazione di categorie dal basso, in simultanea.
    Nel senso che, probabilmente, una tassonomia ha importanza come start, come ipotesi regolativa che getta luce su come potrebbe essere strutturato il mondo, ipotesi utile per partire e lavorare.
    La tassonomia si basa sempre sulla descrizione della realtà fatta da un singolo o da un gruppo ristretto che propone le proprie categorie, probabilmente anche in solitudine.
    Non so se questo possa essere chiamato “autorità”, però di certo autoritaria è una visione della rete che presuppone che qualcuno organizzi e definisca le categorie per noi. La sola legittimazione che questo qualcuno può avere è quella di essere il proprietario del sito, naturalmente. Qui il confine fra autorità, autoritarismo e gerarchia diventa piu’ sottile.
    Al contrario, io penso che una buona tassonomia debba essere sempre provvisoria, nel senso che già nel momento in cui viene definita, deve anche fornire il modo per essere soppiantata da una categorizzazione dal basso.

  2. bonaria Says:

    Sì, sono d’accordo, anche se vedo nelle tassonomie rigidamente organizzate non solo un punto di partenza ma anche d’arrivo per alcune tipologie di informazione. Voglio dire che non è pensabile che una biblioteca (riprendendo l’esempio del post) possa mai rinunciare a servirsi di categorie e regole apriori per indicizzare le informazioni. Occorre sicuramente che 1) le aggiorni costantemente e 2) che non utilizzi solo quelle.

    Se è vero che il senso di un catalogo è il suo farsi mediatore tra gli utenti e le informazioni contenute in una biblioteca, allora è necessario moltiplicare quanto più possibile i punti di accesso al sapere, e per fare ciò quale migliore mezzo che far decidere direttamente ai lettori i punti di accesso che ritengono più appropriati? Evviva il social tagging, dunque, perché un opac (catalogo online) che offrisse una classificazione formale efficace e al contempo la possibilità di attribuire tag ai propri record, sarebbe l’optimum per tutti i tipi di utenti. Sei d’accordo?

    Qualche esempio già comincia a fare capolino… Speriamo che anche i produttori di software se ne accorgano. Magari sentiremo delle novità a Barcellona. Ti racconterò.

  3. Il web 2.0 è un’infinita variazione? « ServiziBibliograficiDigitali Says:

    […] Biancu segnalava nel suo blog un testo dal titolo intrigante: Everything is Miscellaneous, di D. Weinberger. Una aspetto della […]

  4. Reti sociali e strumenti collaborativi: mediare l’informazione nell’era di Googlezon « The Geek Librarian Says:

    […] mia dedica rispecchia quella che apre il suo libro: to the librarians. In un altro post ho già affrontato la questione. Comunque si voglia guardare al peana da lui elevato alla […]

  5. Francesca Says:

    Ho appena finito il libro. Mi è piaciuto molto per i riferimenti e gli esempi che fa, pescando nella biblioteconomia ma anche in diversi domini di conoscenza, come la biologia e l’astronomia. Peccato che solo alla fine del libro ho scoperto le note, che avrebbero reso i riferimenti più vivi e “ipertestuali”!
    Neanche io riesco ad essere completamante d’accordo che quello che dice. Weinberg accenna solo vagamente al fatto che diversi pubblici hanno bisogno di strumenti diversi (il chirurgo che si aggiorna rispotto allo studente che fa i compiti con i compagni di classe), e soprattutto, secondo me, da’ per scontato che il “terzo ordine delle cose” funzionerà spontaneamente, senza bisogno che gli utenti usino consapevolmente gli strumenti come tags e links per creare e fruire l’informazione. A mio parere invece molto rimane miscellaneo e confuso, se gli utenti non sanno gestire questi strumenti.

  6. bonaria Says:

    Anche a me il libo è piaciuto molto – diciamo che ormai è diventato un mio cult :-)

    E’ vero che il terzo ordine può avere un grosso limite nella confusione e nella non finalizzazione della produzione e fruizione di informazioni però credo sia un difetto che potrà aggiustare con il tempo. Da un lato, non c’è alternativa a questa progressione geometrica di dematerializzazione e moltiplicazione delle fonti, dall’altro la quantità rende più selettivi, quindi aumenta la tensione a trovare la qualità. Il collaborative filtering è un buon esempio: fatto in automatico o da esseri umani, permette di matchare gusti e interessi simili e offre una guida per orientarsi all’interno di questi universi di informazioni. Che ne dici?

    Grazie del commento e a presto :-)

  7. Everything in its right place? | bibliotecari non bibliofili! Says:

    […] approfondire c’è il post che mesi fa Bonaria Biancu ha dedicato a questo testo ma anche un sito interamente dedicato che […]

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