Google: il brand vincente che archivia i nostri dati

Poi dice che uno le accuse di fascismo digitale se le va a cercare… Google, non pago di essere eletto brand del 2007, gioca di nuovo al rialzo (altrimenti che brand dell’anno sarebbe?) e questa volta tira fuori dal cappello Web History, evoluzione di Search History, una memoria virtuale (ma dagli effetti più che reali) che registra ogni vostro passo in rete.

Non bisogna drammatizzare: la memorizzazione dei percorsi vale solo per gli utenti che la richiedono ed è possibile limitare l’archiviazione dei dati alle sole ricerche effettuate attraverso il motore, piuttosto che a tutta la storia delle navigazioni online. Inoltre Web History può essere disattivato in qualunque momento e il suo archivio azzerato.

Per accedere alla pagina personale di Web History occorre

  1. impostare la lingua del browser sull’inglese (nonostante il cambio di impostazioni ho dovuto forzare per due volte il codice della lingua nella barra del browser)
  2. loggarsi con il proprio account Google.

Questa la definizione dell’Help di Web History:

You know that great web site you saw online and now can’t find? With Web History, you can view and search across web pages you’ve visited in the past, including Google searches. Web History also provides interesting trends on your web activity, such as which sites you visit most frequently and what your top searches are. Finally, Web History helps deliver more personalized search results based on what you’ve searched for and which sites you’ve visited.

La policy sulla privacy è abbastanza analitica e i servizi forniti a corredo del servizio sono interessanti: le statistiche sono sempre sorprendenti – chissà perché messi di fronte ai propri percorsi online si rimane sempre un po’ turbati ;-) A me per esempio ha sgomentato molto l’eccessivo numero di query che lancio su Google e a seguire la quantità di ore che trascorro compulsivamente davanti allo schermo del portatile…

Rimane la questione di fondo: è giusto che un servizio commerciale possa detenere una tale quantità di dati sui suoi utenti? A cosa può portare la conoscenza non solo delle intenzioni dei navigatori, ma anche dei loro effettivi comportamenti, delle loro preferenze, dei percorsi effettuati? CNet raccoglie le opinioni di alcuni blogger, mentre in Italia rilancia gli interrogativi Excite. Questo invece il comunicato di Google sul lancio di Web History.

Una perplessità personale la riservo alla qualità dei risultati delle statistiche: ho notato almeno un paio di siti, accreditati da Google tra i miei più visti, sui quali vado sì e no 2 volte l’anno. E’ vero che il servizio, as usual, è in beta, ma questo scivolone non mi è nuovo… E per finire: se è vero che servizi (potenzialmente utilissimi) come Web History servono a restituire risultati migliori per le ricerche, che grado di trasparenza possono garantire agli utenti sui contenuti pubblicitari eventualmente veicolati?

(Disclaimer: nonostante tutti i motori di ricerca provati finora – e su qualunque tipologia di contenuti – devo ammettere che Google rimane di gran lunga il più accurato ed efficace)

2 Risposte to “Google: il brand vincente che archivia i nostri dati”

  1. Kagilla Says:

    ..infatti la questione non è l’utilità personale nella “cognizione” personale dei siti frequentati, quanto l’utilizzo (eventuale) che terzi possano farne. In linea generale a me questa ossessione per la privacy ha un po’ stufato..se non fosse che poi è vero che siamo oggetto e bersaglio di pubblicità e varie. Come al solito: non ho nessun problema a raccontarti quello che penso e quello che mi piace/non mi piace, però poi tu non devi sentirti autorizzato ad usarlo “contro” di me. Ma, as usual, pecunia non olet, cara la mia geekette.

  2. bonaria Says:

    Sì, ossessione per la privacy è un po’ come l’ossessione per la sicurezza da parte degli informatici: va bene che bisogna stare attenti ma a sentir loro non si potrebbe fare un passo senza essere attaccati da qualcuno… Sta diventando roba da complottisti…

    Oggetto e bersaglio di pubblicità: il senso di insofferenza qui viene dal non sapere che si è oggetto, non dall’esserlo in sé. Sono tante le persone che per esempio inseriscono pubblicità nei loro blog, ma i loro lettori sono tranquilli perché il tutto avviene in maniera trasparente e non invasiva.

    Diverso è il caso di chi, proponendosi come parte terza e disinteressata, poi ti spara a tradimento (e spesso surrettiziamente) i propri spot…

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