Un codice di autoregolamentazione per i blog?

Chi di voi ha sempre sognato un bel distintivo da apporre sul proprio blog a indicare il divieto di risse, flame, provocazioni e insulti? A promuovere la campagna per la buona educazione online intervengono nientepopodimeno che due big del web 2.0: Tim O’Reilly e Jimbo Wales con il Blogger’s Code of Conduct: prescrizioni in sette punti sui comportamenti che ogni buon utente della rete dovrebbe (far) adottare. Si va dalla chiamata ad un’assunzione di responsabilità estesa con il primo punto:

Take responsibility not just for your own words, but for the comments you allow on your blog

alla richiesta di dichiarare il proprio livello di tolleranza rispetto a certi atteggiamenti:

Label your tolerance level for abusive comments

a consigli di buon senso che dovrebbero (già) essere legge online:

Consider eliminating anonymous comments

Ignore the trolls

Take the conversation offline, and talk directly, or find an intermediary who can do so

If you know someone who is behaving badly, tell them so

Don’t say anything online that you wouldn’t say in person

Le motivazioni e gli esempi pratici sono senz’altro convincenti: tutto è nato dal caso di Kathy Sierra, un’autrice e collaboratrice di O’Reilly, il cui blog è rimasto vittima di una tempesta di commenti sgradevoli, maschilisti e violenti. La rivelazione di Kathy ha suscitato, oltre alla riflessione di O’Reilly, quella di Wales, il quale ha dato vita ad un wiki nel quale raccoglie idee, suggerimenti, sviluppi modulari del Codice e pure versioni alternative.

Il fatto che a tenere a battesimo un codice di condotta per i blogger fossero proprio due dei massimi teorici del 2.0 ha suscitato un ampio dibattito: tra gli altri sono intervenuti il Guardian e il New York Times; in Italia il blog di Antonio Carnevale su Panorama offre una ricostruzione delle vicenda.

A giudicare dai commenti che la proposta ha ricevuto – soprattutto sul blog di O’Reilly – il popolo della rete non sembra aver accolto benissimo l’idea del Codice. Molti l’hanno vista come una marcia indietro clamorosa – tanto più clamorosa in quanto, da un lato, originata da un evento fin troppo comune e, dall’altro, sostenuta da due guru dei social media; altri invece nutrono dubbi soprattutto sulla reale efficacia che un distintivo (ok, un Codice) potrebbe avere nel dissuadere i cyber-bulli dal tenere comportamenti scorretti.

C’è da dire che la proposta del Codice contempla anche la possibilità di non aderirvi esplicitamente, cioè di apporre sul proprio sito un distintivo eguale e contrario, che avvisi i lettori della propria totale disponibilità a non osservare un atteggiamento censorio e a consentire qualsivoglia comportamento.

Personalmente l’idea del distintivo mi suscita qualche perplessità sia di ordine, diciamo così, estetico sia soprattutto di ordine pratico: che qualche provocatore (o, peggio, qualche splogger) di professione possa essere dissuaso dall’inondare altri siti di messaggi o commenti spazzatura da una icona che occhieggia in home page, mi pare obiettivamente poco probabile.

E poi, la questione tocca anche l’etica dell’informazione: la comparsa di un distintivo potrebbe rappresentare il primo passo verso la costruzione di recinti che delimitano i siti in cui si parla educatamente e seguendo principi di cortesia (come li definisce l’ottima traduzione italiana disponibile sul blog Casperize)? I contenuti da bannare (e i loro autori), si enuncia, saranno decisi volta per volta: come si potrà evitare che un arbitrio conformista prenda il sopravvento sul desiderio di tenere un livello di conversazione elevato e proficuo per tutti?

Naturalmente tutti noi detestiamo visceralmente chi ci inonda la casella mail di spam, così come chi posta commenti solo per fare marketing molesto o per diffamare gratuitamente (e spero davvero che quei vigliacchi che hanno scritto a Kathy Sierra possano essere stanati e additati al pubblico web-ludibrio), ma mi pare che qui il rischio è di scollinare e non limitarsi a fare pulizia nelle mail o sul sito, ma chiudersi a chiave dentro le proprie convinzioni (i.e. la propria idea di cortesia).

Insomma, il mio timore è che qualcuno, magari particolarmente sensibile alle critiche, poco incline alla dialettica, insicuro oppure, al contrario, troppo selfish, possa utilizzare il Codice per sottrarsi al dibattito e bloggare in splendido isolamento, lontano dalla vita reale; e quanto agli spammer di professione (o a quelli automatici), be’, temo proprio che non basterebbe un Codice, per quanto provvisto di nobili natali, a fermarli…

Concludo ecumenicamente citando (e sottoscrivendo) la chiosa di O’Reilly:

Net net: as Doc Searls famously said in The Cluetrain Manifesto, the book he co-authored with Chris Locke and David Weinberger, “markets are conversations.” We celebrate the blogosphere because it embraces frank and open conversation in ways that were long missing from mainstream media and marketing-dominated corporate websites. But frankness does not have to mean lack of civility. There’s no reason why we should tolerate conversations online that we wouldn’t tolerate in our living room.

A culture is a set of shared agreements that allows us to live together. Let’s make sure that the culture we create with our blogs is one that we are proud of.

3 Risposte to “Un codice di autoregolamentazione per i blog?”

  1. Casper Says:

    E’ curioso notare la piega che sta prendendo l’elaborazione del documento: oggi la struttura del Codice è stata modularizzata, in modo che ciascuno possa adottarlo a spizzichi e mozzichi, quasi à la carte. Altri hanno introdotto l’idea di “Codice personale”, suggerendo che ciascun blogger adotti una policy individuale ispirata ai principi generali.

    Ho un vago presentimento di come andrà a finire: la parte migliore di questa iniziativa risulterà essere il dibattito in sè, piuttosto che il risultato del dibattere.

    Off topic: ma tu da dove salti fuori?! Qualcuno(a) che scrive post più lunghi di cinque righe, argomenta, approfondisce e addirittura si azzarda a toccare argomenti di nicchia! Devo sposarti, molla tutto che si convola all’istante ;)

  2. bonaria Says:

    Ciao Casper, grazie dei complimenti, sei troppo gentile: se il risultato dell’adesione al Codice è questo, mi dichiaro sin d’ora assolutamente a d’accordo ;-)

    E’ vero che molte iniziative nate online finiscono per non essere troppo produttive se non di ampi e appassionati dibattiti… Mi viene da dire che forse è per questo che noi amiamo così tanto il web :-)

    Tornando seri: la cosa che non mi convince non è tanto l’idea di partenza quanto la possibilità che possa sortire risultati concreti. Se qualche lettore eccede i limiti della buona educazione sul mio blog, posso stopparlo identificandolo come spam e facendo sì che il CMS elimini di default i suoi commenti. Se le cose che si vogliono evitare sono invece l’insulto e la violenza verbale (caso Kathy Sierra), allora lì si entra nell’ambito del penalmente perseguibile e temo che il Codice sarebbe un’arma troppo debole per arginare fenomeni del genere.

    Che ne dici di fare del tuo blog il luogo del dibattito italiano sul Codice? Potremmo raccogliere lì tutti i commenti, anzi, adesso posto sotto la tua traduzione anche il mio…

  3. Casper Says:

    Ti dirò, per una frazione di secondo sono stato tentato di aprire una pagina direttamente su Blogging Wikia, con la traduzione Italiana a disposizione per le modifiche, i commenti e quant’altro. Forse è il luogo più appropriato per indirizzare i contributi. Mi sono trattenuto, perchè la blogosfera nostrana in massima parte ha avuto una reazione sulfurea al Codice e quando non ostenta indifferenza è apertamente ostile. Vediamo come evolve il testo originale…

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