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Open data, Web semantico e Science 2.0

2 maggio 2008

Studio il Web semantico (grazie a certi certi blogger fucine di idee e fornitori di account), organizzo il filo per Sci(bzaar)Net e butto giù due appunti, giusto per riordinare le idee, ma ci ritornerò. Quello che segue continua idealmente il discorso sui dati aperti e il Web semantico (strettamente intrecciati) avviato qualche post fa – in attesa di scrivere qualcosa di decente in particolare su Web semantico e biblioteche.

Qualche tempo fa Richard Poynder ha intervistato lo scienziato Peter Murray-Rust sugli Open Data, e sulle differenze, le convergenze e le sovrapposizioni tra questi e l’open access. Open Data incrocia però soprattutto Linked Data, e così Web semantico, licenze, rappresentazione delle informazioni con Rdf, dati leggibili dalle macchine più che dagli esseri umani e Science 2.0:

… an online interactive environment where a great deal of the information used is more likely to have been discovered, aggregated and distributed by software and machines than it is by humans

Interessante e tangente il progetto di Open Notebook Science dell’apertura ed esposizione dei dati scientifici (chimici in questo caso) e dei risultati (anche fallimentari) di laboratorio. La cosa significativa è che la questione si riallaccia da un lato all’apertura ai dati e dall’altro alla questione del Web semantico, che gli scienziati promotori del progetto Open Data, vedono possibile (giustamente) solo grazie alla apertura, gratuità e possibilità di riutilizzo dei dati (ciò che può essere garantito appunto non dalla sola gratuità ma da particolari condizioni poste sulla proprietà dei dati). Circolarità, loop virtuoso.

Dai dati chimici ai mashup creati sulla base di dati prodotti ai feed aggregati, la parola chiave è Mine the data.

L’Open Access implica letteratura accademica digitale, online, gratuita, e libera dalle restrizioni del copyright e delle licenze. E questo, dice Murray-Rust, è esattamente ciò che è necessario per costruire il semantic Web. [dall'intervista, pag. 1]

Altro elemento che aggiungo a quelli elencati finora è la politica opaca che spesso ha accompagnato i tentativi subdoli da parte di alcuni editori di applicare limitazioni di copyright sui dati, che dovrebbero invece essere sprotetti. Dunque Murray-Rust, già paladino dell’OA si è convertito alla difesa dell’OD con una motivazione molto chiara:

For where the Open Access movement is concerned only with ensuring that scholarly papers are human readable, the Open Data movement requires that they are also machine readable. And since Open Data implies reuse, it is vital that licences are provided that specifically permit this. [sempre dal post di Poynder-Murray Rust]

E concludo guardando alla questione open data (perfino) dal punto di vista dei peer reviewers, che, in uno studio recente affermano che nel loro processo di revisione degli articoli da pubblicare sulle riviste, avrebbero bisogno di accedere ai dati, ai risultati e alle procedure degli esperimenti, anche ai raw data.

A majority of reviewers and editors also said would be desirable to be able to review authors’ data as part of peer rereview.


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