E’ stato pubblicato Library mashups: exploring new ways to deliver library data, il libro sui mashups e le biblioteche atteso ormai da quasi un anno! Il capitolo con cui ho partecipato si intitola Behind the scenes, proprio perché intende fornire delle informazioni su ciò che accade dietro le quinte di servizi e prodotti di cui in genere vediamo solamente il front end – che sia un’interfaccia web o un client.
Il libro si compone sia di una parte teorico-tecnica sia sopratutto di esempi concreti progettati e realizzati presso biblioteche sparse per il mondo: è questo approccio molto orientato alla pratica e di respiro internazionale che me lo fa considerare – conflitto di interesse a parte ;-) – un ottimo libro su un argomento tecnico come il mashup, probabilmente finora poco sviluppato al livello di riflessione e di implementazione.
Nel libro potrete spaziare dagli esperimenti sui repository effettuati dal grande Stuart Lewis alle modalità con cui rendere un sito mashableall’immancabile hacking sugli OPAC. L’aspetto che trovo molto soddisfacente in quanto autrice è che il modello di pubblicazione proposto dalla curatrice e dall’editore è stato di stampo scientifico-accademico. La remunerazione per il capitolo è consistita in una copia omaggio del volume, ma ci è stata data per contratto la possibilità di pubblicare il contributo su archivi aperti e siti personali, e di farne uso per presentazioni o coursepack didattici.
Aiutandoci così come autori sia a far conoscere il libro e sia a far conoscere i nostri modesti contributi. Inutile dire che personalmente trovo questo modello vincente per le pubblicazioni scientifiche. Quindi… vi comunico con grande piacere che il mio capitolo è accessibile a testo pieno sul sito del Bicocca Open Archive all’indirizzo http://hdl.handle.net/10281/5117. Segnalo nuovamente il blog che fa da corredo e complemento (e che ha fatto da anticipazione) al libro, il contributo – anch’esso in open access – di Stuart Lewis e infine, come è giusto, le due case editrici: Information Today commercializza il libro in U.S.A., Facet Publishing in Europa. Potrete giudicare dai contenuti finora pubblicati in accesso aperto se il libro sia meritevole del vostro acquisto: nel caso lo fosse, commenti, osservazioni e suggerimenti sono i benvenuti!
Questo è il titolo dell’intervento che ho tenuto venerdì scorso a Roma, per il convegno Web 2.0 and libraries. Posto di seguito le slide. Come promesso, pubblico anche il link ai risultati del questionario di cui al post dedicato: ho pensato di riassumerli in un file xls con diversi tab dedicati a esplorare le risposte ai quesiti. Come vedrete, le risposte offrono uno spaccato interessante delle biblioteche italiane.
Benché il questionario fosse del tutto a-scientifico, intendeva tracciare a grandi linee lo stato delle applicazioni 2.0 o comunque più avanzate e innovative in uso nelle nostre strutture. E credo che un’idea di ciò sia riuscito a darla. Inoltre sono di estremo interesse i commenti di voi tutti: spesso accorati, sempre interessati e coinvolti.
Devo dire che ho ricevuto diverse mail in aggiunta alle risposte al sondaggio, in cui molti bibliotecari mi sollecitavano a rendere pubblici i risultati soprattutto per individuare sulla scorta di essi buone pratiche utili per tutti. Insomma, ho percepito non solo curiosità ma vera e propria fame di informazioni concretamente applicabili sul lavoro da parte di tanti colleghi – e questo non può essere che un bene. Grazie ancora a tutti per la collaborazione e il sostegno.
Dimenticavo: come forse saprete, il seminario è stato registrato e tra poco sarà distribuito in video. Vi terrò informati: Non potete certo perdere gli interventi di Mary Joan, Gerry e Andrea!
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Aggiornamento: I link ai video dei relatori si possono trovare sempre sulla pagina del convegno, mentre Cettina Cosenza ha meritoriamente pubblicato un resoconto molto completo della manifestazione.
In vista dell’intervento che terrò al convegno Web 2.0 and libraries il prossimo 6 marzo a Roma, ho preparato un piccolo questionario sulle applicazioni 2.0 in Italia e sulle loro modalità di implementazione nelle biblioteche. Si tratta di alcune domande che vertono sul rapporto dei bibliotecari e delle biblioteche italiani con strumenti come blog, wiki, feed RSS, social tagging e così via.
Il questionario è assolutamente a-scientifico e informale: è solo un tentativo di individuare le linee di tendenza dell’adozione di quelle tecnologie che per comodità chiamiamo “2.0″.
Tutti coloro che abbiano avuto esperienze in merito e/o desiderino “dire la propria” sono quindi invitati a visitare la pagina http://www.questionpro.com/akira/TakeSurvey?id=1157337 e a rispondere alle otto domande proposte.
Il questionario sarà attivo fino al 28 febbraio 2009; i risultati saranno resi pubblici nel corso del convegno e poi messi a disposizione di tutti online. Non sono richiesti dati personali.
Per qualsiasi chiarimento o suggerimento, invito a scrivermi all’indirizzo: bonariabiancu AT gmail.com. Grazie!
In questo momento mi sto occupando molto di metadati: formati, schemi, crosswalk* e via dicendo. Non ci si rende mai abbastanza conto di quale mostruosa varietà di formati più meno locali i vari provider adoperino, finché non si è costretti ad esaminarli e a provare a tradurli in un quache schema intermedio che consenta l’interoperabilità.
Per fortuna mi accorgo che anche altri in questo preciso momento storico si stanno occupando della stessa problematica e qualcosa mi dice che cominciamo ad avvicinarci al punto in cui la babele dei meta-linguaggi dovrà necessariamente dotarsi di un traduttore universale che permetta ai vari universi di parlarsi, invece di monologare.
Per esempio, è notevole il lavoro fatto in Australia sui METS e sintetizzato nell’ottimo articolo, appena pubblicato su D-LIB, The Australian METS profile, a journey about metadata, che descrive le varie fasi necessarie per arrivare alla costruzione di un application profile visto “… as an exchange format to support the collection and preservation of and access to content in Australian digital repositories”.
Notevolissimo il secondo numero, anch’esso di recente pubblicazione, di Code4Lib, dove, tra i tanti articoli degni di lettura, da non perdersi è certamente Toward element-level interoperability in bibliographic metadata, dove troverete “… an approach and set of tools for translating bibliographic metadata from one format to another. A computational model is proposed to formalize the notion of a ‘crosswalk’. The translation process separates semantics from syntax, and specifies a crosswalk as machine executable translation files which are focused on assertions of element equivalence and are closely associated with the underlying intellectual analysis of metadata translation. A data model developed by the authors called Morfrom serves as an internal generic metadata format. Translation logic is written in an XML scripting language designed by the authors called the Semantic Equivalence Expression Language (Seel)“. Interessante notare come le tecniche e gli strumenti costruiti dagli autori siano stati implementati in un toolkit di OCLC chiamato Crosswalk Web Service.
Per i miei esperimenti sono state utili anche le riflessioni, avvenute quasi tutte via mailing list, su un altro crosswalk, quello tra il formato di rappresentazione di dati usato da Open Library, Infogami, e il Dublin Core, nonché lo studio dell’Eprints application profile, dedicato alla descrizione dei lavori scientifici e accademici nei respository istituzionali.
Finisco col parlare di un argomento che c’entra (tangenzialmente) sui metadati, anche se è focalizzato sulla creazione dell’interfaccia Web per una digital library: anch’esso è sviscerato in un articolo di D-LIB intitolato Using open source social software as digital library interface, ed esamina uno dei possibili usi alternativi di WordPress.
Anche questo elemento mi sembra significativo se in quadrato nella cornice degli esperimenti effettuati negli ultimi due-tre anni. Che WordPress (in particolare), cioè una piattaforma per la creazione di blog sia vista sempre più come strumento per la costruzione di interfacce Web per una gran quantità di applicazioni (due esempi su tutti: le riviste online – come per esempio AidaLampi e Pc professionale – e i cataloghi – come Scriblio, l’OPAC della Lamson Library di Plymouth University), fa davvero riflettere.
In primis sulla bontà del software e sopratutto sulla sua intelligente architettura aperta, che permette in maniera abbastanza indolore personalizzazioni e sviluppi, ma anche sul fatto che la UX favorita da interfacce come quelle dei blog ha evidentemente aperto una via efficace alla ricerca online, una via che incontra il gradimento degli utenti. Mi piacerebbe approfondire questo aspetto… Qualcuno è a conoscenza di studi specifici su WordPress o comunque sulle piattaforme di blogging dal punto di vista dell’esperienza degli utenti?
* riprendo dalla nota 5 di Toward element-level interoperability in bibliographic metadata: “A chart or table that represents the semantic mapping of fields or data elements in one data standard to fields or data elements in another standard that has a similar function or meaning. Crosswalks enable heterogeneous databases to be searched simultaneously with a single query as if they were a single database (semantic interoperability) and to effectively convert data from one metadata standard to another. See also metadata mapping below. Also known as field mapping.”
Nel numero di gennaio 2007, Pc Professionale ha dedicato un ampio articolo alle applicazioni più adoperate, stabili, interessanti e testate del Web 2.0. Il fenomeno non era certo agli inizi ma senz’altro si andava consolidando, ed erano perciò prospettate le soluzioni software (ma accessibili sul web) più all’avanguardia del momento.
A distanza di un anno la redazione ha deciso di riproporre i programmi o le piattaforme che durante questo periodo hanno saputo tenere botta, magari acquisendo ancora più utenti e arricchendosi di funzionalità innovative, così come i software che nell’ultimo anno sono nati o comunque si sono consolidati.
Nel novero delle ventiquattro applicazioni recensite sul numero di febbraio (attualmente in edicola) compaiono per esempio gli inossidabili Google Docs (arricchitosi recentemente del programma per la creazione di presentazioni à la Power Point), YouTube, del.icio.us, Furl e Flickr, accanto a nomi nuovi ma promettenti della scena 2.0 come l’editor di immagini Picnik o il motore di ricerca per persone Spock, o ancora Kyte, per la pubblicazione di veri e propri canali televisivi, Anobii, per il social tagging dedicato ai libri, Dapper, per la creazione di mashup attraverso un’interfaccia grafica e tanti altri programmi utili e divertenti. Il tutto, com’è nello stile di Pc Professionale, illustrato nei minimi particolari, con suggerimenti per l’uso e la fruizione delle funzionalità più complesse, immagini e box esplicativi.
Sempre all’interno dell’articolo Il Web 2.0 alla prova dei fatti potete leggere un box veramente interessante su Google Gears, uno degli ultimi nati in casa Google, ovvero un toolkit open source che permette di adoperare le applicazioni 2.0 (nativamente da fruire online) anche offline; infine, nel numero in edicola trovate anche un articolo su Google Mashup Editor (nella sezione Sviluppo) e una fantastica guida alla realizzazione di un server Linux.
Ah, dimenticavo, l’articolo sul Web 2.0 l’ho scritto io, perciò per i pomodori e soprattutto per i complimenti sapete a chi rivolgervi ;-)
Ieri c’è stato a Genova il convegno sugli archivi e le biblioteche 2.0 di cui vi avevo parlato qualche giorno fa: è stata una bellissima esperienza. Intanto c’era il sole che si stagliava sfacciatamente su un cielo nettamente azzurro. E poi la mia emozione da sera prima della partenza (dovuta al fatto di partecipare per la prima volta ad un dibattito con una giornalista, un archivista e soprattutto un filosofo!) si è stemperata grazie all’umanità e alla simpatia dei relatori e delle colleghe – tra le quali le care Paole (Ferrari e D’Arcangelo) che sono state i miei angeli custodi durante tutta la giornata.
Il filosofo Carlo Penco, secondo me incredibilmente somigliante al mio amatissimo Ludwig Wittgenstein, ha introdotto elementi e pratiche di web 2.0 nell’attività didattica: all’interno dei corsi di Filosofia del Linguaggio e Semiotica presso l’Università di Genova i suoi studenti sperimentano con piattaforme di editing collaborativo la preparazione agli esami e un tipo di comunicazione accademica molto lontana dalla prassi burocratico-pedagogicatradizionale.
Il mio intervento (a brevissimo in linea disponibile su Slideshare anche per il download), partito invece da considerazioni sui mutamenti culturali e scientifici intervenuti negli ultimi dieci anni, si è articolato su library 2.0 intesa come biblioteconomia partecipativa: biblioteche su Facebook, Flickr, Second Life, LibraryThing – ovvero tutto quello che, anche con relativamente poco sforzo (ma una discreta dose di creatività e visionarietà) le biblioteche possono combinare mettendosi a sperimentare (possibilmente) insieme.
Hanno concluso l’intervento alcune ‘raccomandazioni’ intorno alla necessità, vitale per le biblioteche e i bibliotecari, di rendersi consapevoli del momento storico in cui viviamo (il mio personale motto del momento è: abbasso il purismo ;-) ), ovvero dei rischi di scomparsa e addirittura di auto-eliminazione che ci minacciano, e intorno all’importanza di costruire alleanze e lavorare insieme per compiere scelte più coerenti con la nostra lunga storiae più oculate nei confronti dei big player che in certi casi ‘assediano’ il nostro patrimonio.
E’ seguito l’ottimo intervento di Stefano Vitali, coautore, insieme con Linda Giuva e Isabella Zanni Rosiello del libro Il potere degli archivi, presentato il giorno prima allo stesso convegno. Per me è stato particolarmente interessante vedere come le sperimentazioni del 2.0 si possano applicare proficuamente all’universo degli archivi – universo del quale so purtroppo pocohissimo ma che intendo approfondire, cominciando dalla lettura del volume succitato.
Siti come Footnote, Polar Bear Expedition e soprattutto Moving here, testimoniano di un rinnovato interesse starei per dire civico verso la memoria condivisa, e in particolare verso quei pezzi di storia sociale che spesso è possibile ricostruire solo grazie alla partecipazione dei soggetti coinvolti. Il sito del governo inglese sui migranti mi è sembrato commovente nel suo tentativo di mettere insieme cocci di storie che altrimenti sarebbero inevitabilmente persi nei magazzini della Storia. Davvero un esempio di come le tecnologie aiutino nei procesi sociali e culturali oltre che in quelli strettamente professionali.
Il dibattito è stato di estremo interesse: molti hanno partecipato e tutti con domande, critiche e apprezzamenti davvero stimolanti – ringrazio tutti per lo sforzo di attenzione e partecipazione. Mi sembra significativa l’obiezione fondante di Isabella Zanni Rosiello in merito alla mutazione genetica delle biblioteche e degli archivi: dopo questa massiccia iniezione di tecnologia cosa diventeranno le nostre istituzioni? E a quali utenti si rivolgeranno? A fronte dell’incombente analfabetismo informativo, cosa diventeranno e cosa cercheranno da noi questi utenti, se non ci preoccupiamo (più) di costruire per loro una base culturale, prima che tecnologica?
Da altri partecipanti sono venute considerazioni su come utilizzare le nuove tecnologie per progetti di inclusione verso gli immigrati da realizzare nelle biblioteche e su come realizzare applicazioni 2.0 a fronte della scarsità di risorse finanziarie e professionali che affligge le nostre strutture. E poi commenti sulla necessità del ricambio generazionale, dell’utilizzo di software open source e di cercarsi uno sponsor, di rispettare l’accessibilità nelle applicazioni 2.0 e di favorire gli imprescindibili appoggi politici che ci permettano di perseguire gli obiettivi di rinnovamento.
Insomma, c’è tanta materia di riflessione e di dibattito. Secondo voi su quali di questi aspetti occorrerebbe primariamente spendersi nella nostra attività di professionisti dell’informazione?
[11.02.2008 -- h. 21,30]
Accolgo volentieri un suggerimento di Marco Dal Pozzo e inserisco direttamente in questo post le slide dell’intervento.
Is it a hype? Yes.
Is it something real? Yes, also.
Is it good? No.
Is it bad? No.
Is it neutral? No!
What is it then? It is a metaphor.
Metaphors are funny things. They elude questions of truth and reality, and at the same time they produce truths and realities.