Archive for the ‘Cult’ Category

Cittadinanza digitale dal punto di vista di Scuola3D

12 luglio 2008

Al seminario di Scuola3D sulla cittadinanza digitale (le foto su Flickr). Gino Roncaglia ci ha parlato ieri da Boston attraverso un interessantissimo filmato sui contenuti didattici aperti: tra learning objects e open courseware, con un focus su questi ultimi.

Marco Caresia, coordinatore dei corsi sul Software Libero presso il Centro di Formazione Professionale CTS Einaudi di Bolzano, nonché  socio fondatore del progetto PLIO, con slide sui suoi lavori (e distribuzione in presenza di CD di FUSS – distro Linux apposita per le scuole di BZ – e Open Office). Il mio intervento conclude il pomeriggio, con dibattito degli educatori presenti sulla complessità e il multitasking per me particolarmente significativo, poiché quello della scuola è un ambiente che mi è (ormai) piuttosto estraneo. Qui un gentile resoconto di una collega presente.

Sono stati formati gruppi di lavoro, il mio sulla documentazione e le interfacce di ricerca in cui abbiamo riflettuto con tre colleghi formatori sugli archivi che raccolgono la documentazione – sia universitaria-scientifica (BOA) sia scolastico-didattica (Gold). Un abbozzo in divenire dei lavori.

Oggi comincia Mario Rotta e con il pc su un tavolo piuttosto che sulle gambe posso prendere appunti decentemente ;) Un po’ di instant blogging in presa diretta dall’intervento di Mario (queste le slide):

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Mario Rotta, Dicotomie come motore di pensiero: sulle contraddizioni del Web 2.0

Quali sono gli scenari dell’innovazione?

Complessità è un cosa all’interno del quale posso individuare dei percorsi, non procede semplicemente per accumulo; vanno capite le contraddizioni e gli scenari che ci costringono a riflettere per sopravvivere.

The magic number seven (Miller, 1954)

Sette dicotomie/contraddizioni, proposte non perché le si debba risolvere, ma perché se ne riconosca la ricchezza, poste in chiave fenomenologica:

1) immediatezza/ipermediazione (J. Bolter)

concetto di remediation = come i vari media entrano in conflitto tra loro e ciascuno mutua dall’altro parti di linguaggio costringendo l’altro medium a riposizionarsi, a ri-mediarsi. I media procedono verso la ricerca di una sempre maggiore immediatezza e verso un accumulo di linguaggi (-> ipermediazione); per Bolter la realtà virtuale è un esempio di questa dicotomia tra immediatezza e ipermediazione; saremo sempre più stretti tra il bisogno di essere trasparenti e la tendenza a una deriva ipermediata, all’accumulare linguaggi. Il web semantico sarà la soluzione del problema di Bolt

2) integrazione VS specializzazione

L’integrazione è intesa in genere come integrazione di strumenti (v. cellulari) però contemporaneamente questa integrazione ci mette davanti a un bisogno forte di specializzazione. A volte la deriva verso l’integrazione è critica e al contempo si scontra col bisogno di specializzazione. I blog o i wiki sono una risposta alla mancata risoluzione di questa dicotomia, sono un po’ oggetti integrati e un po’ oggetti specializzati.

3) personalizzazione/standardizzazione

I sistemi complessi si configurano in nome della personalizzazione ma basandoli sulla stadardizzazione

4) consistenza/vacuità

Yahoo! Answers è un’applicazione del concetto di consistenza ma con una tendenza di deriva alla vacuità

5) socializzazione/autoreferenzialità

Vedi dialettica nei blog e nei social network tra l’emergere dell’individualità, del twittering indistinto e la comunitarizzazione della conoscenza

6) ubiquità/contestualizzazione

La Rete in sé ha dei presupposti per l’ubiquità e contemporaneamente ci porta verso una contestualizzazione, una localizzazione iper-specifica. Il termine glocal vorrebbe esprimere questa dicotomia (in realtà va vista come una potenzialità doppia).

Google Earth e Maps sono killer apps con cui gli educatori dovranno fare i conti.

7) liquidità/solidità

La Rete oggi è sempre più liquida e sempre più solida contemporaneamente: i tag ne sono un simbolo: sono una modalità per rappresentare l’informazione allo stesso tempo liquida e solida.

La Rete tenderà sempre più ad essere liquida e tenderà a formare dei gorghi; qualcosa si solidificherà e noi praticheremo questa doppia attività: cercare di nuotare nella corrente continua e aggrapparci all’iceberg che stiamo cercando.

Partendo da questo scenario si può lavorare su ipotesi di articolazione degli ambienti di apprendimento che vadano oltre il dibattito sul c.d. Web 2.0: L3 (Life Long Learning). Mettere gli studenti al centro dell’ambiente di apprendimento e questo ambiente è arredato per risolvere i problemi e soddisfare i bisogni educativi degli utenti. Gli approcci che convivono sono: formale, informale, non formale. Andare oltre il concetto di piattaforma verso quello di mashup, di ambiente dinamico. Ambienti integrati di apprendimento personale. Però la rivoluzione copernicana deve puntare ed essere realizzata dalle persone, non dalla piattaforma (e dalla piattaforma della piattaforma etc.). Qualcuno che sappia fare una mediazione educativa efficace.

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Giorgio Jannis (anche su Nuovi Abitanti) Cultura tecnoterritoriale e abitanza biodigitale

Concetto Fondamentale: abitare un territorio.

Abitiamo territori biodigitali (non solo i Millensials); siamo tutti persone biodigitali, siamo fatti di libri, di nuclei di conoscenze. La media education avrebbe dovuto partire negli anni ’50 per educare alla televisione. Comprendere i giochi di codice. Come racconto questa cosa determina ciò che la cosa è. La tecnologia è rimasta ancella della cultura scientifica benché abbia avuto nella storia dell’umanità un’epistemologia ben precisa. Evoluzione dall’induzione all’abduzione nella scienza -> What if /If then nelle istruzioni informatiche. La tecnologia scommette sue due cose: agire concretamente nel futuro (cosa che le culture umanistica e scientifica non fanno) e manipolare l’ambiente – la qualcosa ci ha permesso di diventare uomini tecnologici: noi siamo scimmie aggiunte, cioè con protesi. Tutto ciò in cui viviamo è costruito (curato, tenuto in vita etc.) – neppure i boschi in cui siamo immersi sono naturali, ma vengono puliti e curati. Il prosciutto di San Daniele è un oggetto tecnologico. Tutto ciò che ci circonda è oggetto tecnologico. Il più grande oggetto tecnologico realizzato dall’uomo è il paesaggio: trasformazione e distribuzione applicate ai tre elementi: materia, energia e distribuzione. L’informazione è la ricetta.

Poche persone sono in grado di pensare in orizzontale (un po’ la differenza tra Microsoft e Google). Pensare in termini di servizi e non prodotti; flussi, processi invece che oggetti.

Guardare ai computer come a oggetti connessi. Chi ha cominciato a fare informatica negli anni ’80, con il codice, è rimasto imprigionato in questa visione del computer come oggetto non connesso.

Provare a guardare al proprio territorio come biodigitale, come a un nodo della rete.

Doppia abitanza, abitare in biodigitale; nel Web ognuno ha il suo stile di abitanza: residenziale o nomadico. L’importanza della lateralità del pensiero, in grado di risolvere i problemi più del pensiero ossessionato dalla sequenzialità accumulativa.

Leggere il territorio come testo, ipertesto, communiy, reti, flusso. E scrivere il territorio.

Quanti gradi di separazione vi sono tra il rubinetto di casa mia e l’ufficio del Rettore all’università?

Siamo prigionieri della visione del computer come iper-tecnologico. Il problema è spezzare il panico iniziale davanti all’oggetto, al cambiamento delle abitudini.

Sterling, La forma del futuro: fondamentale la riutilizzabilità dei processi di progettazione.

Dal benessere al ben-stare. Quando una collettività di un territorio è in grado di percepirlo come tecnologicamente fondato, si pone eticamente rispetto al proprio abitare, produce il senso del proprio essere se stessa raccontandolo nel territorio. Se arrivo a capire che l’ambiente è costruito ne sono responsabile.

Urbanistica per gli spazi sociali on-line.

Metafora delle folksonomy: in un cortile ventoso in autunno le foglie sanno bene dove radunarsi. Gli aggregati di conoscenze emergeranno, non progettabili scientemente ma emergeranno. La funzione thumbs up/down è importantissima perché rappresenta la nostra posizione etica di fronte a ciò che noi stessi costruiamo online.

Non esistono più città, ma borghi digitali, perché siamo connessi. Urbanistica degli spazi sociali online. Non bisogna progettare i contenuti sociali che andranno un domani sul territorio ma in contenitori dentro cui le cose che faremo assumeranno senso. Pordenone per prima in Italia sta facendo una e-Democracy seria con l’accesso al wi-fi gratuito. Garantire spazi di discussione pubblica. Quei luoghi della città connotati dall’essere connettivi diventano le interfacce della città per accedere ai contenuti, porte magiche verso l’informazione. Do rappresentatività visiva, figurativa ai luoghi della città, è un luogo in cui io abito molti altri luoghi, non territorialmente connotati. La cultura tecnologica subito diventa cultura tecno-territoriale perché parla del nostro abitare i territori. Google Earth è fondamentale per l’educazione.

Olistico vuol dire che il tutto è più della somma delle parti. In una scuola vanno garantite le condizioni concrete: tutte le classi devono essere cablate. Il 50% del Pil europeo dipende dalle reti telematiche: bisogna muovere le informazioni, non le persone! (certo, ci si incontra, l’informazione è sempre blended)

Allestimento corale di un’identità.

Nei suoi corsi Giorgio approccia gli insegnanti così dicendo: io non sto formando insegnanti, sto formando persone. Voi dovete comunque abitare la Rete, altrimenti non siete nel posto giusto per raccontare cose belle.

Open Culture: la conversazione è cominciata

17 maggio 2008

E’ difficile farvi un resoconto sequenziale e razionale dell’evento cui ho partecipato oggi: Sci(Bzaar)Net. Ho bisogno di fermare qualche idea in un post ma posso farlo solo seguendo il filo delle sedimentazioni cognitive random che le suggestioni hanno provocato nel mio (retro)pensiero. Ho anticipato qualche giorno fa che Sci(Bzaar)Net è un evento a metà tra tante cose come il barcamp, il Webday e la riunione di lavoro di un gruppo molto affiatato.

Ho ascoltato delle persone intelligenti, preparate, disponibili al confronto e ansiose di interagire. Creativi, ricercatori universitari, giornalisti, imprenditori, appassionati. Quasi tutti blogger – gente che studia, si incuriosisce, si mette in gioco, accetta le sfide, produce pensiero laterale, cross-disciplinare, creativo. Pensiero che, condiviso, agisce da catalizzatore, fertilizzante e trigger. E quasi tutti, all’inizio, ci dicevamo: sono un pesce fuor d’acqua. E a forza di dirlo abbiamo capito che finalmente, così tanti pesci fuor d’acqua tutti insieme, eravamo nell’acqua! Nella nostra acqua. In quell’acqua dove contano le idee e non le specializzazioni, le gabbie professionali o i corsi di studi. Dove si pensa, si scrive, si lavora senza badare ai confini, anzi, cercando il punto di infrazione, le interzone, con un’attitudine liminale che si è rivelata essere la cifra non solo professionale ma esistenziale di molti di noi.

E infatti mi è difficile produrre frasi dotate di senso perché sono imbevuta di idee e ho bisogno di tempo per sbrogliare la matassa e leggere tutto ciò che devo leggere e approfondire e riflettere (e surfare, certo). Subito dopo gli interventi ci sono state le domande, e alla fine un’ora di brainstorming. Rielaborazione, dialettica, dibattito. Ci sono stati critiche, dubbi, provocazioni. E zero evangelizzazioni. In spregio della logica oppositiva, delle semplificazioni e di quella superficialità che vede nel Web 2.0 e nell’innovazione tecnologica mode prive di spessore.

Potete leggere gli abstract degli interventi sul sito di Sci(Bzaar)Net e credo molti depositeranno le slide su SlideShare (anche le mie, a brevissimo, con foto su Flickr). Intanto la motivazione che ha dato luogo alla scelta di questo format, invece che del barcamp: ormai in questi ultimi prevale piuttosto la voglia di stare insieme, di socializzare, invece che quella di condividere contenuti (Gian). E adesso qualche flash dalle presentazioni.

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Impatto della Rete sulla produzione scientifica e sul mondo accademico. No ai confini disciplinari. Differenza (divaricazione? opposizione? convergenza?) tra disseminazione e divulgazione (ma divulgazione è un termine superato, frusto, meglio condivisione dei saperi). La divulgazione non è semplificazione ma unione di due eccellenze: la specializzazione e la capacità di parlarne in maniera chiara e coinvolgente. Volgarizzazione (nell’accezione etimologica di vulgus, popolo) ed esemplificazione per portare la scienza ai profani, per assorbire il loro punto di vista, per farsene contaminare (vedi blogger tematici). Cambiare la percezione della tecnologia, imparare a narrarla. E prestare attenzione ai mezzi con cui comunichiamo: i media possono cambiare la comunicazione, creare muri tra i parlanti. Ma contaminare anche i ricercatori di differenti discipline, oltre che i contenuti delle stesse. Far emergere le anomalie, la crisi. Far sedere l’Accademia al tavolo dei tecnologi.

L’Open Culture parte dalla tecnologia, dall’open source, e dilaga in tutti i settori della società, per esempio nell’Open Welfare: partendo dall’informatica si arriva all’innovazione sociale. Modalità di sviluppo diverse tra Windows e Linux rispecchiano modalità di programmazione culturale, sociale e politica: top-down versus bottom-up. Portare l’open source nei processi di costruzione delle comunità. Open Science, Open Society, Open Systems: l’auto-riflessione come cifra dell’affrancamento dalla schiavitù culturale e affermazione della potenzialità della tecnologia.

Problemi del ricercatore: poco tempo, spesso comunque speso più nel fare il manager che nel fare ricerca: yet another social network? perché? a cosa mi serve? a quale scopo? I social network e gli altri strumenti 2.0 devono servire, cioè essere immeditamente spendibili, oppure sono utili in sé? In altre parole: pubblicare su un blog dev’essere riconosciuto come attività scientifica nella valutazione dei curriculum oppure deve restare solo una modalità per tessere relazioni, fare rete, allargare le proprie conoscenze?

La questione della valutazione emerge in molti interventi: va certificata? Basta la certificazione accademica (Impact Factor e simili)? Oppure è necessario un ripensamento bottom-up, sociale, condiviso dei meccanismi di accreditamento dei ricercatori? E se cambiamento dev’essere, abbiamo bisogno di cristallizzarlo in altre convenzioni? Ci sono già modalità sociali di pubblicazione online accreditate: Researchblogging, OpenWetWare, UsefulChem, soft peer review, e in una parola Science 2.0.

Ha senso parlare di innovare il mondo accademico se tra noi non c’è nemmeno un professore o perfino un rettore? (Phauly dice che offre un viaggio premio di due giorni a Trento al primo che convince un rettore italiano ad aprire un blog ;-) Ma purtroppo finora non abbiamo avuto un Rentier tra noi!)

E, ferma restando l’urgenza di passare a modalità di pubblicazione aperte (Open Access), l’università non dovrebbe acquisire una mentalità più pragmatica e perseguire il profitto economico, proprio per potersi svincolare dai lacci dello statalismo assistenziale che eroga fondi ma in maniera discontinua e non sempre trasparente? Qual è il bisogno di fondo della comunità scientifica oggi? E qual è la visione per conseguire l’innovazione: modello bottom-up o top-down?

Certamente l’Accademia ha bisogno di cambiare, stare al passo con le tecnologie: un esempio dell’arretratezza è dato dal fatto che oggi non ci si può laureare se non producendo una tesi scritta - ciò che elimina o banalizza tutte quelle produzioni multimediali che vanno dagli ipertesti alle realtà virtuali, che non trovano riconoscimento.

Cambiamento culturale virale, progettualità innovativa. Seguire l’esempio della Chiesa Cattolica, che duemila anni fa ha invetato il word of mouth e il vero buzz, quello che aveva come target (da convertire, in quel caso) personaggi importanti, perché i personaggi importanti sono i più seguiti e imitati dalla gente. Partire nel mondo dei libri con il book-trailer, forma di pubblicità culturale pervasiva. Hacking positivo della conoscenza e dei processi produttivi: lavorare collaborativamente, collavorare. Nuovo paradigma che scalza lo scienziato solitario chiuso nella torre d’avorio: il Leonardo emergente, processi di creazione della conoscenza sociali, che coinvolgono nodi provenienti da ambiti disciplinari anche molto diversi tra loro.

La ricchezza è nella contaminazione

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E dopo gli interventi (inframmezzati da piacevoli pause al bellissimo caffè della Scuola Politecnica di Design) il brainstorming – che sarà pubblicato a breve, grazie a Folletto e ai suoi appunti in presa diretta.

Capite perché è stato così interessante? Idee e domande: questo è stato Sci(Bzaar)Net. C’è davvero da ringraziare Gian e gli altri organizzatori e gli sponsor (il direttore editoriale di Apogeo si è manifestato come un sogno con un bel carico di libri fighissimi in regalo per i partecipanti!).

Concludo con l’immagine spettacolare del timer. Il tempo previsto per ogni intervento era di dieci minuti: non era facile starci dentro e d’altronde, quando sei nel pieno della foga oratoria, anche i peggiori gestacci degli organizzatori spesso non servono a farti stringere e arrivare alla conclusione in tempi brevi. E così Gian e soci si sono inventati il timer umano: di fronte ai relatori era proiettata l’immagine di un grazioso giovanotto con un orologio da taschino in mano. Dei pallini rossi sulla sua testa scandivano i minuti e, all’approssimarsi del decimo, il timer umano cominciava a farsi sempre più nervoso (mimica facciale, gesti), fino a che, superato il tempo, impazziva letteralmente, diventando una fonte di distrazione tale che al povero relatore non restava che chiudere immediatamente la presentazione pur di sottrarsi a quella tortura ;-)

ADDENDUM – 25/05/2008: Sul sito di Sci(Bzaar)Net è disponibile il video della presentazione.

P.S. mi scuso con i lettori che nelle ultime due settimane hanno postato commenti senza ricevere risposta: sono stata davvero presa, ma rimedierò al più presto! intanto grazie per la pazienza :-)

Tecnologia versus cultura? Ne abbiamo parlato alla Fiera del Libro

12 maggio 2008

La mia prima volta in Fiera: eccola qua. Come si dice in questi casi? Stanca ma felice :) Ottima Cecilia Cognigni, presidente AIB Piemonte e coordinatrice della tavola rotonda e Kagylla e Maria Cassella e Franco Bungaro e Paolo Gardois e Rossana Morriello e il Gruppo Abele e tanti altri colleghi che mi ha fatto enormemente piacere incontrare.

La Fiera il mattino è piena – soprattutto di scolaresche urlanti. Ma quante case editrici abbiamo in Italia? Come dice la cara Daniela del Gruppo Abele (a proposito: è in previsione un bellissimo progetto con loro – stay tuned!) bisognerebbe vivere in un Paese di lettori fortissimi per soddisfare tutta questa offerta. Ed è noto che l’Italia non ricada propriamente sotto questa categoria. Ma… qui cadiamo nel bel mezzo del topic della tavola rotonda.

Ho l’onore di cominciare, dopo un’introduzione di Cecilia. Le cose di cui mi piace parlare le conoscete. In ogni caso allego a breve la presentazione. Il succo è: la tecnologia (2.0, in particolare) non solo non è distruttiva per la capacità di creare cultura, ma è un fortissimo catalizzatore di flussi informativi. Esistono strumenti che fino a pochi anni fa solo un numero ristretto di techno-geek sapeva usare. Ci sono i blog dei citizen journalist, i mondi in cui l’autorialità si fa manipolativa di Scuola 3D, le letture collaborative di Book Glutton, la fan fiction degli smanettoni-scrittori. Ben venga la mutazione se ci arricchisce. E quindi facciamo in modo che ci arricchisca, contribuiamo a cavalcare l’innovazione, a dominarla, a fare cultura (di qualità). Stiamo pronti alla mutazione di lettura e scrittura. E desacralizziamo i libri (detto in Fiera, temevo mi cacciassero ;-) )

Quando Beethoven ha composto la IX Sinfonia, l’accoglienza non è stata entusiasmante. Un critico esimio dell’epoca dice: quest’opera piacerà tanto ai nostri contemporanei, a coloro che si lasciano dominare dalle passioni, a coloro che non sono più usi all’elevazione dello spirito e dell’Arte, a coloro che amano il gossip; insomma, a coloro che leggono i romanzi! (questo è il motivo per cui c’entra Baricco, che ne I barbari ha raccontato questo gustoso episodio). Il critico accomuna due dei pilastri della Cultura occidentale: la IX Sinfonia e i romanzi in una tendenza all’imbarbarimento deplorevole. Visto com’è facile mutare?

Segue Giovanni Del Ponte, scrittore di libri per ragazzi: fino ai 14 anni non lettore; meglio, lettore di soli fumetti. Poi, dal Buio oltre la siepe in avanti si appassiona, legge i libri che trova in casa e finisce col diventare uno scrittore (mi ricorda il mio passato – e anche il mio presente, per la verità – di lettrice di fumetti e saggi e non di romanzi). Avere un contatto con i lettori attraverso il sito modifica la scrittura: per esempio a volte nei libri non si inseriscono degli approfondimenti che poi vengono pubblicati online. Bello quello che dice contro la feticizzazione del libro: sono importanti i contenuti, non la forma-libro, è per questo che il fumetto è letteratura in forma grafica. Non fa distinzione tra libri, fumetti e film: gli interessano le storie. E conclude con un book-trailer, cioè un filmato promozionale che, sulla falsariga dei trailer che pubblicizzano i nuovi film, propone un libro per ragazzi appena uscito. (splendido, cerco di ritrovarlo in Rete)

Segue Zelica Tapognani: esperienza diretta di promozione della lettura nelle scuole. Iniziale riuscita, poi declino. Quando i bibliotecari si ritirano, gli insegnanti non sembrano capaci di raccogliere i frutti della semina. Si riesce a coinvolgere molto le fasce di età più basse, ma gli adolescenti diventano imprendibili. E anche i genitori spesso non aiutano: nelle case non ci sono libri, e non c’è pressione culturale sui ragazzi perché leggano. La lettura non può essere solo piacevole, è giusto insegnare che è anche fatica, come le cose importanti della vita. Il progetto di Zelica prevedeva un coinvolgimento dei ragazzi come mediatori culturali, cioè intermediari che dovevano produrre suggerimenti e stimoli per portare i loro coetanei in biblioteca.

Augusta Popi Giovannoli ci parla delle super geek iniziative della Biblioteca Multimediale di Settimo (qui è bello vedere i due interventi insieme: Zelica e Augusta lavorano nella stessa biblioteca, ma ci offrono due prospettive diverse su due aspetti importanti della nostra professione). A Settimo fanno cose importanti per gli anziani, per esempio coinvolgendoli al… Settimo Cielo ;-) E poi si occupano di scrittura mutante, fanno concorsi di Sms e praticano un uso intensivo di tecnologie per allargare l’orizzonte della scrittura/lettura.

E così dopo la prima tornata di interventi, il dibattito: bello e intenso. Davvero voglio ringraziare tutte le persone intervenute, così attente e partecipi. Inizia una collega della Biblioteca Civica di Torino: mi sento a disagio con la rincorsa affannosa alle nuove tecnologie. Non voglio perdere la mia identità, non posso confondermi con gli adolescenti, appartengo a un cultura che è altra, diversa dalla attuale, ed è giusto che rimanga tale. E poi c’è troppo rumore, voglio persone che ascoltino. [mio contributo: non dobbiamo diluire la nostra identità, ma rinforzarla grazie alle nuove tecnologie. Non rincorrere, ma farci aiutare, provare a esprimere il nostro patrimonio con i nuovi strumenti]

Poi Maria Cassella, che mi chiede: cos’è il Web 3.0 (meglio: quale delle decine di definizioni sottoscrivo) e cosa si possa fare a fronte dello scarso successo della partecipazione delle biblioteche nei social network. [mio contributo: credo e spero che il Web 3.0 sia il Semantic Web, e che le biblioteche debbano essere pervasive: come accade per bibliobar; come accade per chi ha implementato il modulo di reference su Facebook, senza bisogno di creare necessariamente un profilo istituzionale, ma mettendosi a disposizione degli utenti dove questi si trovano, senza essere invadenti]

Finiscono altri interventi di sostanziale adesione al c.d. Web 2.0, alle possibilità che le tecnologie offrono, che non vanno intese in senso oppositivo ma complementare rispetto all’offerta delle biblioteche. Dibattito molto interessante, stimolante e profondo. Grazie a tutti.

(pubblico senza rileggere, confido nella clemenza dei lettori :-) )

Scrivere e leggere nell’era post-analogica: appuntamento in Fiera

9 maggio 2008

L’AIB ha avuto la bontà di invitarmi alla Fiera del Libro, per un dibattito tra bibliotecari, librai e scrittori che si terrà il prossimo 12 maggio, intitolato Scrivere e leggere nell’era post-analogica: come i giovani leggono e utilizzano contenuti nei formati tradizionali e digitali.

Qualche idea su cosa dirò: Web 2.0 - principi e pratiche; strumenti di partecipazione; condivisione delle informazioni; social media e libri; tecnologie per la conoscenza; (vera) URGENZA di cambiare paradigma; (finta) BARBARIE in agguato (vedi alla voce Baricco).

E poi? e poi chi vuol sentire il resto venga a trovarci a Torino! Anche perché, trattandosi di una tavola rotonda, i contenuti saranno determinati dal dialogo e dalle interazioni con il pubblico…

Dirò che la mia contentezza di partecipare a questo dibattito è dovuta non solo alla qualità dell’evento e al fatto che si tratta della mia prima volta in Fiera; è che spero di dare il mio piccolo contributo al sostegno (della cultura) del Paese ospite, contro un boicottaggio grave e sbagliato. Diciamo che sarà il mio Buon Compleanno per il 60mo anno di vita di Israele.

Soggetti attivi nella Rete parlano di Open Culture

28 aprile 2008

SciBzaarNet

Divulgazione scientifica – Produzione di conoscenza – Open culture

sono i tre temi al centro di Sci(Bzaar)Net, un evento a metà tra il barcamp, il Webday, il workshop e la lezione universitaria che Gianadrea Giacoma ha organizzato a Milano, presso il Politecnico, il prossimo 17 maggio, con l’obiettivo di “… proporre stimoli costruttivi dal basso, nel contesto italiano della rete, al fine di sfruttare in modo più utile e valido internet per la produzione, gestione e divulgazione di conoscenza scientifica e l’inevitabile entrata del mondo accademico nella Società della Conoscenza.”

Gli interventi saranno centrati su tutto ciò che è cultura aperta – dall’open democracy all’open source, passando per l’accesso libero alla conoscenza, i social network, la collaborazione e la partecipazione come valori aggiunti del Web 2.0. Insomma… tutto ciò che io e – credo – i lettori di questo blog amiamo :-)

Ho la fortuna di essere tra i partecipanti – il mio intervento verterà sull’Open Access dei prodotti della ricerca come unica modalità per far crescere la produzione scientifica e non soffocarla con dinamiche commerciali che le sono fondamentalmente estranee. Spero di vedere qualcuno di voi: ci sono ancora posizioni aperte per partecipare… Per tutti gli altri, prometto un dettagliato resoconto.


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