Il web 2.0 e le biblioteche, un incontro possibile?

Il 15 gennaio 2010 si terrà presso la Biblioteca Universitaria di Torino, una tavola rotonda organizzata dall’A.I.B. Piemonte su biblioteche e web 2.0:

Si discute molto di web 2.0, social network, blog, piattaforme web interattive, di una rete che promuove la partecipazione attiva degli utenti alla costruzione e diffusione delle informazioni. Si tratta davvero di una nuova evoluzione del web? Quali sono le opportunità che la rete offre ai propri utenti e come usarle in biblioteca? Come vedono le biblioteche questi nuovi strumenti? Un’occasione o una nuova minaccia per il ruolo del bilbiotecario/mediatore?

Partecipano: Bonaria Biancu (Università Milano Bicocca), Andrea Marchitelli (Cilea), Rossana Morriello (Università degi studi di Udine), Eleonora Pantò (CSP Piemonte), Gino Roncaglia (Università degli studi della Tuscia). Modera: Eugenio Pintore (Settore Biblioteche e Archivi della Regione Piemonte)

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Aggiornamento [17/01/2010]: ecco le slide del mio intervento:

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11 Risposte to “Il web 2.0 e le biblioteche, un incontro possibile?”

  1. marina Says:

    Perdonad que escriba en español, pero necesito matizar una opinión y pienso que me será más fácil hacerlo así y creo que me entenderéis.
    En España hubo inicialmente muchas bibliotecas pioneras que adoptaron herramientas web 2.0 para realizar sus funciones clásicas. La administración, que tiene los reflejos más lentos, es la que está ahora intentando redactar directrices para su aplicaciones en bibliotecas pequeñas o con deficits tecnológicos. Estoy en algún grupo de trabajo con este fin, pero tengo dos sensaciones al respecto: la primera es que somos un poco demasiado normativos y formalistas, que nos quedamos con los aspectos externos de las nuevas herramientas pero sin asumir la idea central, que es la de participación e interactividad. La segunda es en cierto modo contradictoria, y es que no estamos siendo críticos, que aceptamos todo lo que “huela” a dos punto cero como si fuera materia de fe.
    Por eso creo que pensar un poco sobre las bibliotecas y la web 2.0 puede ser interesante, intentaré seguir los debates de la tavola rotonda. Aughuri a tutti, e un anno 2010 molto felice

  2. bonaria Says:

    Cara Marina, grazie del tuo commento e tantissimi auguri di buon anno anche a te :-) Mi permetto di tradurre il commento per chi non avesse molta familiarità con lo spagnolo:

    “Scusa se ti scrivo in spagnolo, però ho bisogno di abbozzare una opinione e penso mi sarà più facile farlo così e credo che mi capirai.
    In Spagna ci sono state inizialmente molte biblioteche pioniere che hanno adottato strumenti web 2.0 per realizzare le loro funzioni tradizionali. L’Amministrazione, che ha i riflessi più lenti, sta cercando adesso di redigere direttive per la loro applicazione alle biblioteche piccole o con carenze tecnologiche. Ci sono alcuni gruppi di lavoro a questo scopo, però ho due sensazioni a questo riguardo: la prima è che siamo un po’ troppo “normativizzati” e formalisti, che ci impegnamo con gli aspetti esterni dei nuovi strumenti ma senza fare nostra l’idea centrale, che è quella della partecipazione e dell’interattività. La seconda è in un certo qual modo contraddittoria (rispetto alla prima), ed è che non siamo critici, che accettiamo tutto quello che “profuma” di 2.0 come se fosse materia di fede. Per questo credo che pensare un po’ alle biblioteche e il web 2.0 può essere interessante, tentando di seguire il dibattito della tavola rotonda.” [traduzione by Kagylla]

    E ora ecco il mio pensiero. Innanzitutto, mi piacerebbe saperne di più sugli esperimenti 2.0 realizzati in Spagna. E’ meritevole che le amministrazioni, pur con le loro lentezze burocratiche, si siano poste il problema di lavorare alla diffusione delle tecnologie più avanzate, anche nelle biblioteche di piccole dimensioni.

    Per quanto riguarda le tue obiezioni, direi che sono sostanzialmente d’accordo. Chiaramente, le situazioni vanno valutate caso per caso, ma una certa tendenza ad abbracciare il 2.0 come moda (o come direttiva top-down – il che, se vuoi, è un po’ la stessa cosa) credo possa essere rintracciata anche da noi. In Italia da un paio di anni a questa parte la riflessione pubblica su Library 2.0 è stata carsica ma costante: incontri, corsi, convegni. Qualche mese fa con un sondaggio pubblico ho cercato di capire quale fosse il grado di penetrazione dei principi e delle pratiche del Web 2.0 nelle biblioteche italiane, e la risposta è stata piuttosto incoraggiante (tuttora ci sono dei colleghi che mi scrivono a riguardo o che intendono replicare l’indagine a livello locale).

    Io normalmente sono molto tollerante con le attitudini o abitudini o entusiasmi o morbosità dei newbies (d’altronde ognuno di noi è, a turno, newbie ;-), dunque credo siamo in un momento storico in cui sono comunque preferibili i formalismi e i facili entusiasmi, alla inazione o all’indifferenza verso gli sviluppi tecnologici e culturali portati dal Web 2.0.

    Naturalmente dopo il periodo di rodaggio, occorre che alle buone intenzioni seguano fatti concreti, e dunque costanza e determinazione nel portare avanti le innovazioni. E’ importante anche e soprattutto verso l’utenza, che non si senta oggetto di sperimentalismi avanzati ma magari autoreferenziali. Come giustamente dici tu, occorre sempre tener presente la vera sostanza del 2.0 – ovvero apertura, condivisione e partecipazione, oltre che sviluppo tecnologico. L’impressione però è che le nostre modalità di lavoro e dunque le modalità con cui ci rapportiamo all’utenza, possano cambiare solo con anni di sforzi, di riflessioni, di confronto e tentativi. Insomma, il 2.0 può sembrare un’avventura tutto sommato abbastanza facile: un blog, qualche foto, un wiki, You Tube. Ma incidere davvero nelle modalità con cui la biblioteca entra nella vita dell’utente – beh, per questo ci vuole molto di più che qualche applicazione web. E’ in questo senso che credo siamo solo agli inizi. I veri effetti della rivoluzione o evoluzione 2.0 si vedranno (o almeno metteranno a fuoco) probabilmente solo tra qualche anno…

    Perdonami se ho scritto in italiano e spero di essere stata comprensibile; ti farò sapere della tavola rotonda, e tu tienici aggiornati sulla situazione spagnola! A presto :-)

  3. marina Says:

    Tante grazie per tradurre il mio post, io prometto sforzarmi la prossima volta. Ci mantenerò a giorno dei lavori del Gruppo di lavoro. Cari auguri per tutti, bon anno 2010

  4. Andrea Says:

    Interessante iniziativa , penso che il ruolo degli strumenti online per la condivisione e comunicazione sono importanti e possono assumere anche un ruolo di biblioteca data dalla conoscenza e esperienza dei utenti.

  5. virginia Says:

    Bonaria, ci racconti com’è andata? :)

  6. bonaria Says:

    Ciao Virginia! Mi sembra che la tavola rotonda sia stata piuttosto interessante. sopra ho caricato le mie slide, e su SlideShare trovate anche quelle di Andrea e Eleonora, e credo anche Rossana e Gino le posteranno a breve.

    Dopo l’introduzione alle tematiche del W2 e L2 da parte di Rossana, c’è stato il mio intervento sui mashup – in particolare focalizzato sui mashup che aggregano informazioni nelle nuove applicazioni mobile. A seguire Andrea, con la critica (costruttiva) agli OPAC, Eleonora, con il Learning 2.0 e Gino, con una riflessione sugli ebook.

    Le risposte del pubblico si sono orientate sulle problematiche che la L2 porta con sé sul piano organizzativo, più che su quello tecnologico: come realizzare applicazioni partecipative non è più tanto un problema di skill, ma di apertura a nuove pratiche. Tanto nuove che qualcuno ha perfino ipotizzato che ormai il bibliotecario sia un mestiere per giovani, anche se sono proprio questi ultimi che hanno difficoltà ad accedere alla professione nel nostro Paese…

    Personalmente ho ricordato come proprio questa problematica fosse emersa dal questionario fatto un anno fa, nel quale molti bibliotecari dipingevano una realtà di implementazioni L2 piuttosto bottom-up e quasi solo orientate agli aspetti tecnologici. A mio parere però, questo potrebbe essere null’altro che un segno di immaturità di L2 in Italia. Ribaltare la logica dell’organizzazione aprendo ai contributi degli utenti, non è una cosa che si fa a cuor leggero o comunque in poco tempo… Che ne dici?

  7. Enrico Francese Says:

    Provo ad aggirare il filtro antispam ;-) (ho scritto ad Akismet, in futuro dovrebbe essere a posto)

    Dicevo: ciao, e complimenti per la tua presentazione ;-)

    Venendo alla discussione, ho apprezzato molto l’intervento dalla sala da parte di Luca Vittonetto, delle biblioteche civiche torinesi, che ha posto la questione dell’organizzazione.
    Anch’io credo fermamente che occorra pensare agli strumenti in maniera “attiva”, cioè organizzarsi in relazione all’uso che se ne vuole fare.
    Usare uno strumento richiede una organizzazione adeguata, una ridistribuzione delle competenze. Occorre “pensare” i servizi in tutto il loro iter. Il tempo delle sperimentazioni bottom-up, come dici tu, credo che ormai sia finito, o perlomeno da superare.

    Come accennava Vittonetto: io posso fare un canale youtube della biblioteca, ma poi chi lo modera, chi segue i commenti, come utilizziamo questi commenti, quale linea editoriale ci diamo? Essere sul web comporta attività e costanza – come dimostrano ad es. i blog di successo. Altre domande: tutti stiamo facendo la corsa per avere la pagina della biblioteca su Facebook, ma mi sembra che in pochi si siano chiesti “a che scopo”? Finora mi sembra che la motivazione base sia stata quella di “esserci”, senza uno sguardo più lungimirante. Come in quel film: “se lo costruisci, loro arriveranno”. Ma qualcuno ha mai analizzato il comportamento (ovvero la risposta) degli utenti che passano su questa pagina? “Aprire ai contenuti degli utenti” è un bel principio, a parte di sapere cosa farsene, poi, di questi contenuti ;-)

    Inoltre osservo come si parli spesso di facebook, di twitter, di anobii, che sono strumenti web 2.0 “esterni” alle biblioteche. A parte poche eccezioni (tu e Marchitelli, pensando a venerdì) si parla ancora poco, nei dibattiti italiani, di “library 2.0″, ossia di come integrare strumenti le feature del 2.0 in strumenti “propri”. Sembra mancare ancora il “coraggio della visione” di un vero rinnovamento, di qualcosa di più che “usare quello che c’è”.
    Non che la situazione sia ferma al gradino zero – nella sempre-indietro-Italia esistono i tentativi che sta facendo SebinaYou http://www.bibliotu.it/.

    Mi sembra che però sia ancora necessario uscire dalla visione di un mondo web separato dal mondo delle biblioteche. Gli strumenti del web 2.0 sono affermati, non sono più una novità sorprendente. Per questo ho trovato un po’ approssimativa la panoramica d’apertura della Moriello, che non è riuscita secondo me a focalizzare la questione sul versante pratico, sull’attuabilità e le potenzialità dei nuovi linguaggi, sulle problematiche di rottura e le derivanti sfide che i professionisti dell’informazione si trovano ad affrontare in questo nuovo millennio.

  8. serena sangiorgi Says:

    A s-proposito ti segnalo un articoletto:

    http://www.researchinformation.info/features/feature.php?feature_id=253

    La rivista Research Information, gratuita, versione web & a stampa, contiene sempre qualcosa di interessante, tra le molte presentazioni di prodotti (ma anche questa è una funzione da non sottovalutare, se ormai si va una volta l’anno alle Stelline e stop…)
    Il dibattito sul Web 3.0 mi interessa, anche se io lo vedo un po’ più in là, oltre il Web Semantico e Second Life. Per me, il 3.0 è il wearable web, l’innesto sottocutaneo del chip, insomma il ribaltamento dimensionale della percezione e dell’esperienza del web: da “la rete e io” ad un “io nella rete” ma proprio dentro… non sarebbe tanto il web a diventare tridimensionale, ma l’io che ci si muove dentro.

    E’ un concetto che sto ruminando e a cui non sono mica pronta. Ma il piano è già inclinato.

  9. bonaria Says:

    Cari Enrico e Serena, grazie dei vostri commenti, che sottoscrivo in pieno. Cercherò di riprendere entrambi nella mia risposta.

    Per me è essenziale creare la connessione tra strumenti di Web 2.0 e funzionalità delle biblioteche reali – in questo ho sempre creduto consistesse la Library 2.0. Non una invenzione meramente accademica, non un teorema ma una realtà pratica da investigare e ricreare. Forse solo nei primi tempi di diffusione delle idee e degli strumenti del 2.0 poteva essere accettabile, in quanto necessaria, una sperimentazione a 360 gradi e senza connessioni evidenti con le biblioteche ‘in carne e ossa’.
    Ora certamente non si può prescindere dalla realizzazione pratica. E’ per questo che spesso nelle mie presentazioni ho parlato di bibliobar, la toolbar che Shaitan ha realizzato per la mia biblioteca, e che rappresenta esattamente la visione dell’andare verso gli utenti, della biblioteca che esce da sé, della interconnessione tra le risorse informative – insomma la visione del mashup calato nella realtà di una biblioteca accademica che fa branding delle proprie risorse.

    Come pure, e di questo mi sono appassionata più di recente e ho cercato di parlare a Torino, la stessa idea mi pare sia sottesa da sperimentazioni con il mobile come quella di LibraryThing o di OCLC. In particolare, quest’ultimo con WorldCat Mobile ha dimostrato secondo me una marcia in più proprio quando è andato ad integrare la propria applicazione all’interno di Boopsie, un’applicazione omnicomprensiva che gli utenti scaricano come fonte di reference generalista, e all’interno della quale possono trovare anche (e in maniera del tutto fluida) le biblioteche e i libri. Questo secondo me è 2.0 molto più che aprire una pagina su Facebook integrandovi un modulo di ricerca in OPAC che nessuno userà! (diverso è il caso delle biblioteche che aprono pagine su FB per fare comunicazione, marketing, pubblicità agli eventi etc., così non uscendo in qualche modo da quello che è l’ambito di FB).

    Insomma, il punto è che il 2.0 quando diventa mera esercitazione stilistica o meccanica si esaurisce e finisce con l’appassire, mentre anche in questo ambito del nostro lavoro, come in quasi tutti gli altri del resto, bisogna lavorare di creatività, spirito imprenditivo, coerenza e organizzazione…

  10. bonaria Says:

    A sostegno di quanto detto, aggiungo solo il caso di Second Life, di cui si parla anche nell’articolo segnalato da Serena. Perché Second Life non ha sfondato? Perché… non è Web; è un modo parallelo, sicuramente più difficile da navigare, con propri contenuti (ok, ci sono i link alle pagine web ma l’esperienza utente è abbastanza rozza), proprie leggi, un proprio spazio-tempo. Mentre il Web è uno, omnicomprensivo, inclusivo, reticolare, articolato, semplice. Come ho scritto qualche anno fa, non ci può essere un mondo 3D di successo se non nel Web, non al di fuori di esso. A meno che non si parli di universi nati con specifici scopi e per target ben definiti – per es. il mondo per la didattica creato da Scuola 3D oppure gli universi ludici dei MMPORG. L’esplosione di Twitter è una chiara metafora della richiesta di semplicità, velocità e integrazione (e, se vogliamo, livellamento verso il basso) che oggi chiedono gli utenti del Web. E con questo ci dobbiamo confrontare.

    Con questo voglio dire che quindi le biblioteche devono preoccuparsi più di come integrare un eventuale strumento 2.0 nella propria realtà e, meglio ancora, nel Web – in quello che gli utenti vivono e navigano tutti i giorni, piuttosto che concepire progetti magari belli e sofisticati, ma che rischiano di avere poca presa nel mondo ‘reale’.

  11. Enrico Francese Says:

    Quello che dici su Second Life è giustissimo, ed è un po’ il mio stesso pensiero.
    Almeno per noi che ci occupiamo di informazione e di dati, la “seconda realtà” è troppo slegata dalla “prima” per essere interessante. Ma questo non per un difetto del mezzo, anzi proprio per il suo scopo. SL “vuole” essere una realtà alternativa, “altra”, *esattamente* come i MMORPG (l’articolo di Stuart cita QUAKE, ma si possono citare anche giochi più “immersivi” come World of Warcraft). E’ solo sulla scia dell’hype che si è tentato di sfruttarla in maniera integrativa, inserendo contenuti pubblicitari o culturali. Ma la mia idea è che gli utenti vadano su SL per entrare in un mondo che non hanno a disposizione qui (esattamente come succede con l’Holoband della serie Caprica). Chi è interessato al mondo “reale” ormai fra Google Earth, Streetview, la geolocalizzazione, i twitter da tutto il mondo, ha materiale sufficiente.
    Forse le realtà virtuali possono essere utili per singoli programmi didattici – ma so poco di tutto questo.

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