7 Risposte to “Libraries need freedom”

  1. Pierre Says:

    Perché in generale i *software* utilizzati dalle biblioteche non rendono ricercabili sul web quegli enormi patrimoni…
    Buttiamola in vacca: quando potrò fare in Google p.es. una ricerca del tipo “gellner site:opac.iuav.it” e non trovare solo le ricerche altri, ovviamente obsolete?
    Oppure, se i dati sono in e-print “bocchi site:rice.iuav.it”…
    Qualche speranza c’è con i formati OAI-PMH.
    Ciao, e buon anno a tutti.

  2. bonaria Says:

    Ciao Pierre, sono parzialmente d’accordo con te. Cioè, intenzione implicita del post era dire che mancano software adeguati alla Rete (i.e. a mettere in Rete i record bibliografici – per esempio: (sia detto da una persona che non ha mai lavorato sugli OPAC ma osserva gli effetti di alcuni di essi) ma perché non è possibile inserire un controllo che verifichi se la variabile “login” è valorizzata e, nel caso non lo sia, fa in modo che l’OPAC lavori semplicemente senza sessioni o mantenendo le sessioni attraverso stringhe di query o campi di modulo nascosti?).

    Però è anche vero che non tanti bibliotecari sono consapevoli e impegnati a ridurre il peso (anche il workload se vuoi) di interfacce utente non ottimizzate con l’evoluzione del Web. E quindi le biblioteche sono forse meno demanding di quello che dovrebbero, nei confronti degli stessi provider. A parte che, come ricordi giustamente tu, esistono già strumenti, ancorché rozzi, che permettono una certa visibilità – OAI-PMH e sitemap, per esempio (a questo proposito v. questo post – scusate l’autocitazione ;-) )

    Insomma, mi viene da dire che occorrerebbe essere noi per primi più vigili per poi poter avanzare pretese nei confronti di chi ci fornisce i sw… Ciao e buon anno a te!

  3. Pierre Piccotti Says:

    Viene prima l’uovo o la gallina?
    Comunque, si non ti do torto.
    Relativamente a Sitemap un breve commento.
    Se OAI-PMH è grezzo, Sitemap e’ peggio, visto che non e’ strutturato.
    Legge l’html in modo standard di Google.
    Ho fatto comunque alcuni esperimenti.
    Ho generato una sitemap standard dal mio catalogo.
    Ho estratto un migliaio di record.
    Li ho sottoposti a Google Sitemap, che mi li ha validati ed accettati.
    Sono passati tre giorni e detti record non sono ancora ricercabili.
    Aspettiamo fiduciosi.
    Attenzione, ho passato la seguente stringa tipo:
    http://opac.iuav.it/sbda/search.php?page=101&SOLOGET=1&NOPUNTOI=1&EW4_TBL=1&EW_FL=limits.php&EW_D=NEW&EW_T=R&EW4_DLL=50&EW4_NMI=1&EW4_CJL=1&EW_P=LT_EW&EW_RM=50&EW=cr%3DRAV0721847
    L’unico aspetto significativo e’ che ho generato una Sitemap che ricerca esplicitamente il BID “cr%3DRAV0721847″.
    Purtroppo invece succede che buona parte dei record (come segnalavo nella precedente) sono già indicizzati in Google, ma tramite l’identificativo del database.
    Prova a cercare in Google “Ai margini della notte Friedo Lampe site:opac.iuav.it” e troverai un record che contiene tutt’altro.
    Inoltre la copia Cache di Google e’ diversa da quella effettiva.
    Cosa significa?
    Significa che Google ha gia’ indicizzato un’altra pagina frutto di una ricerca di non si sa chi che aveva prodotto una lista che conteneva anche il nostro record e che quindi e’ stato recuperato.
    Altre casistiche sono Google che indicizza la query del MFN (numero record) che cambia ogni volte che il database viene indicizzato (ma questo è una casistica credo peculiare nostra).
    Piuttosto il problema serio è notevole il rumore (oltre 2.700 pagine).
    Uno degli elementi genranti sono evidentemente le liste degli aggiornamenti, o di fondi specifici.
    Ovviamente hanno la indicazioni specifiche per non essere indicizzate dai motori……..
    Ma tuttavia non spiega completamente perché dovrebbero allora essere molti di più.
    E alcune casistiche non sembrano avere nessuna logica.
    Forse si tratta solo di ricerche, pagine che gli utenti si salvate da qualche parte in pubblico accesso…..
    Tutto questo per concludere che portare i cataloghi in Google non è poi così semplice, anche potendo creare la sitemap.

    E se invece di uova e galline, la responsabilità andasse trovata in Big Google che ha uno strano rapporto con le biblioteche?

  4. Catalogazione sociale: il modello Wikipedia applicato ai dati bibliografici « The Geek Librarian Says:

    [...] The Geek Librarian (information technology + semantic web + folksonomy + open access) * LIS « Libraries need freedom [...]

  5. bonaria Says:

    Ciao Pierre, grazie molte per il tuo commento dettagliato: come scrivevo, non sono affatto esperta di OPAC e quindi le tue osservazioni mi aiutano capire.

    Concordo che sitemap è più rozzo del semplificatorio, anche se obtorto collo, OAI-PMH; il punto è che è Google-style. Anzi, per osare un ossimoro, Google-standard e quindi: perché utilizzare altri protocolli se per tutti i contenuti web il motore propone già quello (attenzione: non sto dando ragione a Google, anzi! E’ solo che la ‘forza dei numeri’ gli permette di fare anche queste scelte…). D’altronde sarebbe anche interessante allargare il discorso ai contenuti accademici censiti in Scholar, che è un motore di un’opacità pazzesca…

    Ma torniamo al tuo OPAC: non ho ben capito la storia della cache: intendi riferita alla pagina del singolo record? Anche senza che sia stata modificata? Rispetto agli altri parametri veramente non so valutare, non li conosco e non conosco come vengono gestite le informazioni, gli identificativi etc. a livello di db degli OPAC. Sicuramente Google ha un rapporto non trasparente con i dati che indicizza – devo averlo scritto anche diverse volte qui.

    Il modo migliore (ma a volte non basta nemmeno) sarebbe forse in teoria quello che viene proposto in Scholar: dammi tutto il tuo posseduto e io ti propongo risultati e collegamenti congrui. Il che, anche se funzionasse sempre non è come evidente una soluzione da praticare a cuor leggero…

    Diciamo che il post tendeva a mettere in risalto la scarsa attenzione che c’è, a livello generale e delle aziende in particolare, su questa questione. E si sa che le aziende pedalano se sollecitate dai clienti… ;-) Ciao e grazie :-)

  6. Cataloghi eXtensibili, interfacce e metadati « The Geek Librarian Says:

    [...] Cataloghi eXtensibili, interfacce e metadati By bonaria Il gruppo di lavoro di XC, Extensible Catalog, ha partorito, dopo alcuni studi condivisi con la comunità bibliotecaria internazionale, i primi applicativi: tool open source sviluppati per arricchire le funzionalità degli OPAC e soprattutto per lavorare a una emersione dei loro contenuti (se n’era già parlato qualche tempo fa). [...]

  7. Library Mashups 2 – Mashing Up Open Data with biblios.net Web Sevices « The Geek Librarian Says:

    [...] grandi quantità di record bibliografici a disposizione di tutti (di nuovo, se n’era parlato qualche tempo fa). Recod bibliografici che sono stati poi utilizzati dalla stessa LibLime per i suoi servizi e in [...]

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