Grande evento nel mondo del web: David Weinberger partorisce un nuovo libro sull’organizzazione della conoscenza e tutti si chiedono già se diventerà una pietra miliare. Si tratta di Everything is miscellaneous, e si può acquistare su Amazon.
La dedica del libro è tutto un programma: To the librarians. Come suggerisce l’esilarante Peter Morville è perché Weinberger voleva ringraziare i bibliotecari oppure il suo era solo un de profundis? ->
- To the librarians. Thanks for nothing?
- To the librarians. Thanks for everything?
- To the librarians. May they rest in peace?
Chissà quale delle tre dediche corrisponde davvero alle intenzioni di Weinberger… Non ho ancora letto il libro ma, come ho promesso a Phauly, lo farò presto. A fronte di quello che ho letto in giro per la rete, però, una posizione mi sento di abbozzarla.
Weinberger parla delle tassonomie come qualcosa di superato, di appartenente a un ordine di pensiero basato per lo più sull’autorità, che arriva quasi ad ingabbiare il libero e creativo flusso della conoscenza fruibile sul web.
Io – che pure sono una entusiasta sostenitrice dell’x.0 – mi sento più vicina ai Morville della situazione: adesso che abbiamo tutti gli strumenti, possiamo scegliere quello che fa al caso nostro. Così per un sito commerciale, una biblioteca, un’azienda, potremo continuare a fare affidamento su sistemi di categorizzazione solidi e di provata efficacia (e autoritari, certo ;-).
Per la conoscenza creata dagli utenti come quella contenuta nei blog, wiki, siti di social news e via discorrendo, sarà utile invece rifarsi agli strumenti del tagging e sfruttare la loro leggerezza e serendipità. Con le parole di Morville:
We don’t have to choose. Ontologies, taxonomies, and folksonomies are not mutually exclusive. In many contexts, such as corporate web sites, the formal structure of ontologies and taxonomies is worth the investment. In others, like the blogosphere, the casual serendipity of folksonomies is certainly better than nothing. And in some contexts, such as intranets and knowledge networks, a hybrid metadata ecology that combines elements of each may be ideal. (…)
Furthermore, while I agree with David that “second-order organization is often as much about authority as about making things easier to find” and that all taxonomies embed bias, the same can be said of search engines, books, blogs, Amazon, eBay, and the Wikipedia. This doesn’t negate the value and good intentions of librarians, information architects, authors, editors, designers, and users who labor to improve findability, accessibility, and understanding for all.
Secondo me molti problemi derivano anche dal fatto che, per esempio, le classificazioni che vengono adottate nelle biblioteche sono spesso criptiche e antiquate e non vengono mai spiegate agli utenti. Così si ingenera un meccansimo di sfiducia e incomprensione e si finisce per sentirsi limitati, invece che agevolati, dalla categorizzazione che serve per accedere al sapere.
Se cercare un libro diventa un incubo fatto di numeri, lettere, abbreviazioni, sigle e altri simboli esoterici, allora immagino che l’utente spaesato svilupperà un’inconscia diffidenza verso gli autoritari detentori del potere di nascondere il sapere e una molto consapevole simpatia verso coloro i quali, in siti come Del.icio.us o CiteUlike, mettono in campo sistemi semplici, democratici e graficamente auto-esplicativi di label…
6 Maggio 2007 alle 5:55 pm
Tutte e due le cose, secondo me: tassonomia e creazione di categorie dal basso, in simultanea.
Nel senso che, probabilmente, una tassonomia ha importanza come start, come ipotesi regolativa che getta luce su come potrebbe essere strutturato il mondo, ipotesi utile per partire e lavorare.
La tassonomia si basa sempre sulla descrizione della realtà fatta da un singolo o da un gruppo ristretto che propone le proprie categorie, probabilmente anche in solitudine.
Non so se questo possa essere chiamato “autorità”, però di certo autoritaria è una visione della rete che presuppone che qualcuno organizzi e definisca le categorie per noi. La sola legittimazione che questo qualcuno può avere è quella di essere il proprietario del sito, naturalmente. Qui il confine fra autorità, autoritarismo e gerarchia diventa piu’ sottile.
Al contrario, io penso che una buona tassonomia debba essere sempre provvisoria, nel senso che già nel momento in cui viene definita, deve anche fornire il modo per essere soppiantata da una categorizzazione dal basso.
6 Maggio 2007 alle 6:14 pm
Sì, sono d’accordo, anche se vedo nelle tassonomie rigidamente organizzate non solo un punto di partenza ma anche d’arrivo per alcune tipologie di informazione. Voglio dire che non è pensabile che una biblioteca (riprendendo l’esempio del post) possa mai rinunciare a servirsi di categorie e regole apriori per indicizzare le informazioni. Occorre sicuramente che 1) le aggiorni costantemente e 2) che non utilizzi solo quelle.
Se è vero che il senso di un catalogo è il suo farsi mediatore tra gli utenti e le informazioni contenute in una biblioteca, allora è necessario moltiplicare quanto più possibile i punti di accesso al sapere, e per fare ciò quale migliore mezzo che far decidere direttamente ai lettori i punti di accesso che ritengono più appropriati? Evviva il social tagging, dunque, perché un opac (catalogo online) che offrisse una classificazione formale efficace e al contempo la possibilità di attribuire tag ai propri record, sarebbe l’optimum per tutti i tipi di utenti. Sei d’accordo?
Qualche esempio già comincia a fare capolino… Speriamo che anche i produttori di software se ne accorgano. Magari sentiremo delle novità a Barcellona. Ti racconterò.
3 Ottobre 2007 alle 11:04 pm
[...] Biancu segnalava nel suo blog un testo dal titolo intrigante: Everything is Miscellaneous, di D. Weinberger. Una aspetto della [...]
13 Ottobre 2007 alle 4:21 pm
[...] mia dedica rispecchia quella che apre il suo libro: to the librarians. In un altro post ho già affrontato la questione. Comunque si voglia guardare al peana da lui elevato alla [...]
25 Aprile 2008 alle 10:09 am
Ho appena finito il libro. Mi è piaciuto molto per i riferimenti e gli esempi che fa, pescando nella biblioteconomia ma anche in diversi domini di conoscenza, come la biologia e l’astronomia. Peccato che solo alla fine del libro ho scoperto le note, che avrebbero reso i riferimenti più vivi e “ipertestuali”!
Neanche io riesco ad essere completamante d’accordo che quello che dice. Weinberg accenna solo vagamente al fatto che diversi pubblici hanno bisogno di strumenti diversi (il chirurgo che si aggiorna rispotto allo studente che fa i compiti con i compagni di classe), e soprattutto, secondo me, da’ per scontato che il “terzo ordine delle cose” funzionerà spontaneamente, senza bisogno che gli utenti usino consapevolmente gli strumenti come tags e links per creare e fruire l’informazione. A mio parere invece molto rimane miscellaneo e confuso, se gli utenti non sanno gestire questi strumenti.
27 Aprile 2008 alle 9:13 pm
Anche a me il libo è piaciuto molto – diciamo che ormai è diventato un mio cult :-)
E’ vero che il terzo ordine può avere un grosso limite nella confusione e nella non finalizzazione della produzione e fruizione di informazioni però credo sia un difetto che potrà aggiustare con il tempo. Da un lato, non c’è alternativa a questa progressione geometrica di dematerializzazione e moltiplicazione delle fonti, dall’altro la quantità rende più selettivi, quindi aumenta la tensione a trovare la qualità. Il collaborative filtering è un buon esempio: fatto in automatico o da esseri umani, permette di matchare gusti e interessi simili e offre una guida per orientarsi all’interno di questi universi di informazioni. Che ne dici?
Grazie del commento e a presto :-)